
Impermanenza e Illusione del Controllo
Questa meditazione esplora l’impermanenza della realtà e il nostro innato desiderio di controllo degli eventi. L’ascolto consiste in una prima parte introduttiva, seguita da una pratica esperienziale. Attraverso esempi pratici e riflessioni, ci avviciniamo all'illusione di poter gestire gli eventi, le persone e perfino i nostri stessi sentimenti, riconoscendo come questo tentativo di controllo sia una delle fonti principali della nostra sofferenza. La pratica ci guida a spostare l'attenzione dal bisogno di risultati alla qualità dell'intenzione, per vivere in armonia con il cambiamento costante della vita. Un invito a lasciare andare l’illusione di controllo e a trovare pace nella meraviglia del momento presente.
Trascritto
Ecco,
Il tema di oggi è l'impermanenza e l'illusione del controllo.
Stiamo,
Ci avviciniamo all'esperienza dell'impermanenza da diverse angolazioni.
Abbiamo visto l'impermanenza nelle relazioni affettive,
Ci saranno tante altre angolazioni che possiamo frequentare,
Alcune sono più emozionalmente coinvolgenti,
Altre meno ma tutte ugualmente importanti,
Perché questo è un argomento veramente centrale.
Qui,
Come sempre,
Io introdurrò un po' l'argomento e poi ci sarà una pratica esperienziale e le condivisioni.
E l'introduzione è sempre fatta di parole e naturalmente queste parole servono per creare emozioni,
Suggestioni,
Per aprire un po' una porta interiore che ci apra la comprensione,
Insomma,
Dell'impermanenza.
Ma naturalmente poi l'impermanenza va sperimentata.
Sperimentata durante la nostra meditazione e anche durante la giornata.
Ora io vorrei ritornare a quell'episodio che ho già raccontato,
Perché secondo me è sempre centrale,
Che di quando il grande maestro Suzuki Roshi,
Il grande maestro Zen,
Uno dei primissimi maestri che hanno portato la meditazione in Occidente,
Particolarmente in California,
Quando una volta,
Dopo un lungo discorso da lui fatto,
Qualcuno gli chiese maestro ma io non capisco,
Non riesco a capire,
Non puoi spiegare in due parole e le due parole sono state famose due parole,
Tutto cambia.
Ora,
Se io fossi lì,
Alzerei la mano e chiederei maestro Suzuki a dire il vero?
Il Buddha nei suoi primi due discorsi non ha detto tutto cambia,
Ma ha detto tutto è impermanente,
Cioè ha espresso la natura della realtà in negativo,
Usando l'alfa privativo,
Cioè il non,
Una espressione in negativo come per esempio,
Non so,
C'è una grande differenza per esempio fra dire asociale e riservato,
O dal dire alogico e intuitivo,
Sono due espressioni diverse.
La prima è in negativo e io immagino che il maestro Suzuki risponderebbe,
Sì Marco perché il Buddha è partito dalla nostra illusione che ogni cosa permanga e quindi è partito da quello e a questa illusione ha connesso la sofferenza.
Quindi l'intera risposta è niente resta fermo perché tutto cambia.
Nella prima parte di questa frase c'è la sofferenza.
Nella seconda parte c'è la possibilità di uscire dalla sofferenza.
Quindi noi dobbiamo stare con questo,
Tutto cambia e quindi vediamo cosa significa.
Intanto cosa significa tutto?
Tutto significa,
Per il Buddha veramente tutto,
Non ci sono eccezioni.
La nostra,
Noi percepiamo la realtà con i nostri sensi,
Quella è la realtà.
L'intera realtà rientra in questo tutto,
Cioè i fenomeni.
Cosa sono i fenomeni?
Sono tutto ciò che appare alla nostra coscienza e per coscienza intendiamo sensi e mente,
Quindi oggetti,
Cose,
Città,
Istituzioni,
Ma anche persone,
Emozioni,
Pensieri,
Opinioni,
Sentimenti,
Relazioni,
Ma anche abitudini,
Ruoli,
Convinzioni,
Ricordi,
Tutto.
Tutto questo è la realtà fenomenica e tutta questa cambia.
E cosa significa cambia?
Significa che ognuno di questi fenomeni sorge per via di cause e condizioni che a loro volta sono causate e condizionate e quindi si trasforma continuamente.
Per esempio il seme,
Prendiamo un seme per esempio.
Il seme intanto non è lì per caso,
Perché se è lì è perché qualcuno lo ha prodotto e l'ha prodotto perché ce ne sono state condizioni che ne hanno permesso,
Che hanno permesso la sua esistenza.
Un ecosistema che ha permesso alla pianta di produrre il seme,
Anche delle condizioni come la pollinazione,
Le api,
Il vento,
Tutta una serie di condizioni che hanno permesso che il seme sia lì.
Ma ora il seme causerà la pianta?
Il seme è causa della pianta,
Ma non necessariamente.
Dipende dalle condizioni che troverà,
Dalle condizioni di luce,
Dalle condizioni di acqua,
Di terra o anche di cura,
Perché per esempio se fosse piantato da un giardiniere,
Quel giardiniere potrebbe all'improvviso ammalarsi,
Non andare più a cura,
Oppure potrebbe partire per un viaggio lontano.
Cioè non è detto,
È tutto condizionale.
Ma anche per esempio la salute di una persona che non dipende solo da fattori genetici,
Ma dipende anche dall'ambiente,
Dallo stile di vita,
Dalle condizioni economiche in cui vive,
Da tutta una serie di fatti.
Quindi gli eventi,
Essendo intessuti di fenomeni,
Dipendono da condizioni che sono continuamente in trasformazione ed è estremamente complesso tutto questo.
Ogni evento è l'effetto di una complessa interazione di fattori.
Ora in questa realtà possiamo davvero pensare di poter controllare gli eventi?
Non possiamo.
Eppure tendiamo a farlo ogni giorno.
Perché tendiamo a farlo?
Perché in permanenza,
Nel senso radicale del Buddha,
Cioè tutto in permanenza,
In questo il Buddha è stato estremamente radicale,
Cioè veramente sia nel connettere in permanenza con la sofferenza,
Sia nel dire tutto,
Non c'è niente che esca da questa,
Diciamo,
Espressione della realtà.
In permanenza significa quindi incertezza e questo in fondo,
Molto in fondo,
Lo sappiamo,
E fa paura.
È normale,
Come esseri umani abbiamo naturalmente bisogno di certezze.
Quindi la spitta al controllo,
Controllo di tutto,
Di tutto quello che ci sta attorno,
Delle persone,
Degli eventi,
Di noi stessi,
È una delle forme del rifiuto di vedere in permanenza,
Una delle modalità dell'attaccamento se vogliamo.
È una delle forme della paura del cambiamento,
Una delle forme dell'attaccamento.
E quindi causa un'amplificazione della sofferenza,
Cioè causa la vera sofferenza esistenziale insomma.
Ma cosa significa controllo?
Vediamo un po' se riusciamo a capire che cos'è questo controllo.
Da dove arriva l'illusione di poterlo esercitare?
Ma forse arriva anche da così,
Dal fatto che ci sono forme semplici di atti in cui ci sembra davvero di controllare.
Per esempio abbiamo sete,
Allunghiamo un braccio,
Prendiamo un bicchiere,
Beviamo.
Tutto funziona perfettamente.
Oppure apriamo una porta,
La porta si apre.
Oppure accendiamo,
Schiacciamo un interruttore,
La luce si accende.
Questi sono tutti piccoli eventi che ci sembra di poter controllare.
A parte il fatto che non necessariamente li controlliamo perché appunto uno potrebbe schiacciare il pulsante e l'interruttore e la lampadina essere saltata.
Ma questo succede.
Ma sostanzialmente noi ci illudiamo che da qui possiamo controllare anche eventi complessi,
Gli eventi della nostra esistenza.
Crediamo di avere il controllo sui risultati,
Che questo poi è.
Per esempio pensiamo di poter controllare il comportamento degli altri,
O i sentimenti degli altri,
O i nostri sentimenti.
Possiamo davvero controllare i nostri sentimenti?
E' illusorio.
Oppure i nostri comportamenti,
I nostri progetti.
Pensiamo di poter controllare il futuro,
Il futuro prossimo,
Il futuro remoto.
E invece no,
Non possiamo controllare.
Eppure cadiamo tutti,
Senza accorgersene,
E questo proprio è tutti,
Nella trance del controllo.
Non ce ne accorgiamo e stiamo in quella trance.
Ma come possiamo capire di essere in questa trance?
Succede che in qualche ambito della nostra vita,
A proposito di qualcosa che stiamo facendo,
Sorge la rabbia.
Poi un senso di frustrazione,
Che può diventare anche disperazione.
E poi ansia.
Questi sono i primi segnali.
Diciamo dei segnali molto espliciti.
Un altro modo di riconoscere che siamo in questa trance è di notare che non siamo mai contenti di quello che facciamo.
Siamo dei perfezionisti.
Scommetto che molti di noi lo siamo.
O notare che quello che ci arriva dalla vita va bene,
Ma non basta.
Potrebbe essere meglio.
O potremmo notare,
Cosa che succede molto frequentemente,
Di non essere soddisfatti neanche del modo in cui meditiamo.
Perché ci sembra di non ottenere risultati.
E quindi siamo sempre sotto l'occhio del giudice anteriore.
Perché giudizio e desiderio di controllo vanno a braccetto chiaramente.
E tra l'altro la cosa interessante è che se ce ne accorgiamo vuol dire che la meditazione sta funzionando invece.
Questo tra parentesi.
Un altro modo ancora è di notare come siamo insofferenti al disordine.
Dopo faremo una piccola pratica su questo.
Quindi i segnali sono rabbia,
Disperazione,
Infine ansia.
E sono segnali che possono apparire anche quando tutto sembra funzionare.
Perché,
Anche in momenti meno espliciti,
Perché l'illusione lavora in background.
Anche quando ci sembra che tutto vada bene.
Ecco,
Farei una breve parentesi per vedere come,
Anche perché prima se ne parlato un po',
Come si manifesta l'ansia che deriva dalla sensazione di non avere il controllo?
Attraverso le preoccupazioni.
Preoccupazioni per il futuro,
Il presente.
E qui vorrei fare semplicemente notare che le preoccupazioni sono un fenomeno veramente strano,
Perché paradossalmente preoccuparci ci conferma nella nostra illusione di controllo.
Questo è un fenomeno stato rilevato perché la maggior parte delle cose di cui ci preoccupiamo,
Che succedono,
In realtà non succede perché succedono altre cose,
Impreviste.
E spesso succede che la mente interpreta la connessione tra preoccupazione,
Tra preoccuparsi di qualcosa e il fatto che non succede,
Come una capacità di controllare gli eventi.
E' strano,
È come una specie di,
Come se pensassi,
Se mi preoccupo posso prevenire.
Devo preoccuparmi,
Devo restare preoccupato.
E' una specie,
È una forma di pensiero magico.
Detto questo però,
Allora sorge la domanda.
La domanda è,
Allora se non possiamo controllare l'esito delle nostre azioni,
Ha senso agire?
Perché questa è la domanda fondamentale.
O dovremmo semplicemente lasciare perdere?
E' inutile non impegnarci,
Mollare il colpo.
Perché in Occidente,
Anche nel mondo contemporaneo al Buddha,
Comunque sicuramente in Occidente,
Noi siamo abituati a pensare che il valore di un'azione dipenda dalle sue conseguenze.
In fondo pensiamo questo.
Ma non è così.
E' perché fin dal suo primo discorso il Buddha ci richiama alla nostra responsabilità individuale e ci dice che l'azione non si qualifica in base ai risultati che ottiene,
Ma in base all'intenzione che la sostiene.
E vediamo la differenza.
Perché nel primo caso,
Se l'azione si qualificasse in base ai risultati,
Noi saremmo schiacciati dal senso di colpa per risultati che in fondo non dipendono da noi.
Non possono dipendere da noi.
E saremmo schiacciati da una sensazione di impotenza.
E in fondo questa sensazione arriva insieme all'illusione di controllo.
Ma se l'azione si qualifica in base all'intenzione che la sostiene,
Allora si apre una grande possibilità di intervenire sulla qualità di quella intenzione.
Per esempio,
Un giardiniere può coltivare il suo giardino con cura.
Pianta i semi,
Si prende cura delle piante.
Ma non può controllare la pioggia,
Non può controllare il sole.
E lo fa lo stesso.
Si prende lo stesso cura delle piante con dedizione e accetta che ci sono fattori fuori dal suo controllo che influenzeranno il risultato.
Altro esempio.
Ci prendiamo cura di qualcuno e non siamo in grado di controllare,
Di garantire,
Di controllare che questa persona guarirà.
Ma scegliamo ugualmente di agire con cura.
Quindi qui c'è tutto nell'intenzione.
Altro esempio,
Tanto per farne un altro,
Un cuoco che prepara un piatto con grande cura,
Scegliendo gli ingredienti con grande attenzione e nonostante la sua dedizione però non può controllare il gusto finale del piatto per ogni persona perché cambierà per ogni persona.
Il cuoco accetta questa imprevedibilità e si concentra sulla qualità e l'intenzione con cui prepara il pasto.
In tutti questi casi l'attenzione si sposta dall'esito all'intenzione.
Dal futuro al presente.
Che noi non possiamo quindi controllare gli eventi ma possiamo influenzarli.
E comunque lo facciamo.
In ogni caso lo facciamo anche se non vogliamo.
E li influenziamo a seconda della qualità della nostra intenzione.
È quella che possiamo controllare.
È quella sulla quale possiamo avere una certa forma di controllo.
Non direttiva,
Ma attraverso diciamo la pratica,
La consapevolezza,
L'attenzione.
Poi vediamo insomma i primi insegnamenti del Buddha ci dicono come coltivare l'intenzione.
Perché questi sono gli insegnamenti dei primi,
Proprio del primo discorso.
La giusta azione nasce spontaneamente dalla giusta intenzione.
Cioè uno sta sull'intenzione,
L'azione poi arriva.
E come si sviluppa la giusta intenzione?
Si sviluppa a sua volta dalla quella che il Buddha definiva la giusta visione,
Cioè la comprensione della natura,
Della realtà.
Comprensione vuol dire possibilmente non intanto intellettuale,
Ma proprio esperienziale,
Il più possibile esperienziale.
E quindi se agiamo in linea con la giusta intenzione nostra e con i nostri valori,
La giusta intenzione,
Possiamo liberarci dall'ansia di manipolare il risultato,
Accettando l'incertezza.
Ora io vi propongo una piccola pratica che vi ho prima in qualche modo anticipato.
Troveremo a lavorare con la nostra immaginazione e fare un esperimento anche che possiamo poi ripetere.
Io di fatto io lo ripeto spesso,
Ma insomma magari anche voi potete,
Se avete voglia,
Ripetere.
Quindi stacco la campana un'altra volta.
Ci raccogliamo come sempre in una posizione comoda.
Ci lasciamo avvolgere dal silenzio.
In questo silenzio possiamo sentire il nostro respiro che sale e scende e lasciamo che il respiro ci trasporti dolcemente verso il basso,
Verso uno stato di calma.
In questo stato proviamo a immaginare di entrare nella nostra casa e di trovare un grande disordine.
Ci è successo tante volte,
Possiamo facilmente portarlo alla mente.
Le cose non sono al loro posto perché qualcuno le ha spostate.
C'è polvere sugli scaffali,
Ci sono fiori appassiti nel vaso,
Forse c'è un tappeto leggermente arrotolato su un lato fuoriposto,
Un quadro un po' storto,
Tazze dimenticate sul tavolo,
Disordine.
Ora immaginiamo anzitutto il senso di fastidio che sorge.
Ecco che arriva.
Dukkha.
Una forma di negazione,
Un modo di dire no.
E questo senso di fastidio,
Al tempo stesso mentre sorge,
Ci spinge a fare qualcosa,
Sentiamo che dobbiamo fare qualcosa.
Ma ora,
Questa volta,
Prima di agire,
Restiamo un momento a guardare questo disordine.
E osserviamolo come se questo non fosse un disordine,
Ma semplicemente la manifestazione dell'impermanenza.
Non è contro di noi.
A suo modo potremmo dire che è un altro ordine,
Oppure che è un non ordine,
Come anche il nostro è un non ordine.
E restiamo ancora un momento ad osservare,
Poco perché l'ideo di sistemare c'è,
E solo poi cominciamo a rimettere le cose al posto che vogliamo.
Sentendo l'intenzione con cui lo facciamo,
Per noi stessi,
Per gli altri,
E accettando già che le cose torneranno a spostarsi.
E vediamo anche se possiamo accettarlo con un senso di curiosità,
E forse anche di gratitudine.
Restiamo ancora qualche respiro con questa immagine.
Finiamo il suono della campana.
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