
Meditazioni Narrative - Lo Scudiero e la Civetta
Una storia per chi vorrebbe inseguire i propri sogni ma ha paura di perdere tutto. È il racconto di un giovane scudiero e della sua civetta. Una storia di coraggio e missione personale; l'aspirazione a decidere il proprio destino e a rendere la propria vita un'avventura degna di essere vissuta. Questa storia accenderà in te la forza per perseguire ciò che più desideri.
Trascritto
LO SCUDIERO E LA CIFETTA Il giovane scudiero osservò da ultimo della fila la colonna di cavalieri che avanzava stancamente lungo il sentiero.
Erano giorni che si spostavano in selle loro destriei e forse per la fame di avventura che intorpidiva la loro mente o quel paesaggio monotono e arido di colori che li accompagnava lungo il cammino,
Nessuno di loro sembrava potesse più dire con certezza dove fossero diretti.
Probabilmente il castello di un signore di quelle terre,
Pensò il giovane scudiero.
Se ciò fosse stato vero,
La loro visita si sarebbe rivelata l'ennesima occasione per provare il brivido di svolgere un compito in cambio di una somma di enaro.
Poi,
Una volta resi dello servigi,
Si sarebbero rimessi in marcia verso il castello dei signori delle terre accanto.
Guardò con commiserazione quei vecchi cavalieri,
Con le spade che pendevano languidamente dalla cintola e il cerniere della loro armatura allentate.
Non erano mercenari di guerra,
Ma di tempo,
Il loro tempo in cambio di denaro facile e vuoti riconoscimenti da nobili famiglie e belle dame.
Li biasimava per la loro codardia,
Ma lui era già come loro,
Ancora prima di entrare a far parte ufficialmente dell'ordine.
Seguivano gli stessi sentieri che per secoli i cavalieri di quelle terre avevano usato per muoversi da un territorio all'altro,
E si spostavano in gruppo per sentirsi meno vulnerabili all'attacco di fuorilegge e bestie feroci.
Al loro arrivo succedeva che un signore non avesse abbastanza mansioni per tutti e che qualcuno rimanesse a mani vuote,
Ma era parte dell'essere un mercenario del tempo e bisognava continuare quello svogliato per legrinare in cerca di impiego ed effimere emozioni.
Il giovane scudiero si risvegliò dalle sue considerazioni ed ide un leggero colpo di briglie al suo cavallo,
Security,
Per ricongiungersi al gruppo.
Sentì un fischio provenire dalle nuvole basse e scure sopra di lui.
Scostò la frangia di capelli biondi davanti agli occhi,
Alzò il braccio destro e attese pazientemente.
La sua civetta piombò dall'alto come un angelo maldetto e affondò gli artigli nel drappo di cuoio avvolto intorno all'avambraccio del giovane.
Aveva un leprotto nel becco.
Sarebbe valso un discreto passo per entrambi non appena si fossero accampati per la notte e avessero acceso un fuoco.
L'aveva chiamata Angel dal primo momento che l'aveva raccolta da terra con un'ala spezzata diversi anni prima.
Lei era il suo occhio migliore.
Riusceva a vedere le cose dall'alto e guidarlo quando la strada era smarrita.
Lui era il suo nido e un ottimo cacciatore quando la neve ricopriva le campagne e gli animaletti si rifugiavano nei tundri profondi sottoterra.
Il sentiero salì lungo una collina e il gruppo di cavalieri presa a costeggiare la foresta nera,
Conosciuta anche come False Forest nella lingua di quelle terre,
Perché solo un folle ci sarebbe avventurato.
Quella schiera di alberi limacciosi e contorti divideva nettamente il mondo in ciò che era conosciuto e sicuro da ciò che era misterioso e pericoloso.
Nessuno si era mai addentrato in quella foresta.
Nessuno aveva mai osato varcare di una sola volontà quella parete buia e umida.
Una leggenda voleva che ci fosse stato un cavaliere,
Da tutti descritto come un tipo valoroso ma con strane idee in testa di libertà e ricerca personale,
Che si era spinto oltre gli alberi senza farvi più ritorno.
I cavalieri tramandavano la sua storia intorno al fuoco durante le soste notturne e concludevano sempre il racconto con una punta di meschina soddisfazione,
Sostenendo che il suo coraggio era stato infine il suo calice di cicuta.
Il giovane scudiero arrestò il passo del suo cavallo e fissò la foresta alla sua sinistra.
Non l'aveva mai scrutata con attenzione quando ci era passato davanti le passate stagioni.
Persino i cavalieri più saggi lo avevano messo in guardia,
Sostenendo che la sola vista delle gole ombrose tra i fusti della foresta era abbastanza per rendere pavido per sempre il cuore di un guerriero.
Ora che la fissava,
Per lui non fu così.
Un fremito di euforia gli scosse l'animo.
L'attrazione verso quel luogo fu fatale.
Qualcosa nelle profondità dei tunnel bui e senza fine,
Che si aprivano tra le schiere di alberi,
Ruggiva e lo chiamava a sé.
Il vento sulle piane espirava da est alle sue spalle e lo spingeva dentro e lo scudiero avrebbe girato di aver sentito il suo nome sussurrato da una voce giovane e femminile provenire dal cuore della foresta.
Guardò la fila di cavalieri che avanzava impassibile al mistero e all'attrazione di quel luogo carico di possibilità.
Si voltò nuovamente verso la foresta.
Doveva essere pazzo,
Pensò di sé.
Che cosa stai cercando?
Si chiese,
Senza preoccuparsi davvero di trovare una risposta.
Il sentimento che qualcosa lo aspettasse,
Oltre quella macchina esplorata di vegetazione,
Era incontrastabile.
Diede un leggero strattone a security e lo portò nell'erba alta,
Fuori dal sentiero tracciato nei secoli da zoccoli e orme di coloro che non avevano mai osato deviare il proprio corso.
Si portò sotto le fronte dei primi alberi e si voltò per dare un'ultima occhiata al mondo che conosceva.
Uno dei cavalieri,
Il più anziano del gruppo,
Con l'armatura consumata da anni di servizio,
Si fermò a guardare da lontano i movimenti del giovane scudiero e alzò un braccio al cielo in segno di rispetto e buon augurio.
Se fosse tornato,
Pensò lo scudiero,
Ci sarebbe stato posto anche per lui tra le storie tremandate dai cavalieri intorno al fuoco.
Il cavallo si muoveva nervosamente sul letto discondesso della foresta,
Tra radici protrundenti e cespugli di rovi.
Qualche volta lo scudiero si era voltato per guardare alle sue spalle,
Sperando di vedere una galleria di uscita verso la luce dell'aperta campagna.
Poi si era stancato di essere deluso e aveva preso a guardare su nel soffitto nero della foresta e gli era sembrato di perdersi in una notte senza stelle.
Anche Egel era spazientito dall'assenza di spazi per stirare le proprie ali.
Nella foresta non vi era alcun sentiero naturale.
Ad ogni passo la vie era sbarata da arbusti fitti e intricati che crescevano intorno alla base degli alberi e costringevano a girarci intorno.
Il giovane scudiero aveva lasciato l'ibridio di security perché fosse lui a tracciare la via come meglio gli riusciva.
D'altronde non sapeva dove fosse diretto e si chiese se quel suo gesto di coraggio dettato dal cuore fosse stato solo il capriccio di un ragazzo non ancora diventato cavaliere.
L'entusiasmo che lo aveva spinto a varcare la foresta si era fievolito sotto la pressione della crescente angoscia per le sue condizioni.
Forse non avrebbe trovato niente dall'altra parte della foresta,
Pensò.
La sala ghindata e il pasto caldo servito alla corte di un signore non gli sembrava più così sgradevole e privo di significato.
Si sentiva stanco e avvilito e ripensò più volte la triste leggenda del folle cavaliere valoroso.
Si straiò sulla schiena appoggiando la testa sul collo teso di security che aveva ridotto il suo passo a un lento trascinare di zoccoli.
Con gli occhi puntati sulla volta buia e frondosa notò uno straccio di cielo azzurro.
Credette fosse il primo segnale che non era tutto perduto.
Si dimise in sella con rinnovate forze e fece appolaiare Engel sul suo avambraccio.
Le dite due carezze,
Le porse un lembo di carne essiccata dalla bisaccia le farfugliò delle parole di incorreggiamento e infine le fece spiccare il voro seferrando un pugno verso l'alto.
L'uccello seguì lo slancio,
Fece una virata stretta tra due rami e si assottigliò per scomparire oltre quella breccia di speranza tra le chiome sopra di loro.
Sarai miei occhi,
Guidami,
Le gridò lo scugliero.
In lontananza scorse altri bagliori di luce filtrare tra le chiome.
Condusse lentamente Security attraverso il labirinto di tronchi e cespugli e si portò sotto un altro lucernario naturale.
Fischiò un lungo richiamo portando le due dita alla bocca e attesi pazientemente.
Engel apparve nella mattonella celeste e con un rapido movimento di ali liberò il suo corpo nelle correnti per indicare la direzione da prendere al suo padrone.
Il giovane scugliero sorrise.
Engel non l'aveva mai tradito.
Quando durante i lunghi viaggi la sua vista era mutilata dalla nebbia dei rigidi autunni,
La sua capacità di orientarsi era offuscata dal senso di sbarrimento,
Lui si era affidato a lei e lei l'aveva saputo guidare.
Il giovane scugliero non sapeva come fosse possibile ma Engel sapeva sempre la destinazione che gli doveva raggiungere.
Doveva solo fidarsi di quell'istinto che li legava come fossero corpo e anima.
Se non fosse stato per la fede che riservava dei confronti alla sua civetta non si sarebbe mai spinto verso la direzione della foresta che gli aveva indicato.
L'ambiente era tornato oscuro e spaventoso.
Il silenzio sinistro che lo aveva accompagnato nella prima parte del suo errare era rotto da lamenti animaleschi che presagivano le ricerche disparate di cibo dei predatori della foresta.
Davanti a sé ancora non vedeva alcuna apertura tra le chiome per ricevere un'altra indicazione dal suo uccello.
Si domandò ancora una volta perché quel mattino avesse deciso di addentrarsi in una ricerca tanto folle quanto stupida.
Aveva giudicato la prudenza dei cavalieri come un atto di codardia non degno di chi lotta e serve un ideale ma crede di aver malinterpretato la loro saggezza.
Rinunciare al brivido della scoperta e del tracciare il proprio destino per seguire la tradizione era meno opprimente di girovagare in un luogo senza punti di riferimento e senza una destinazione,
Spinto solo dal sentore di trovarvi qualcosa di meglio per sé.
Lo scudiero aguzzò la vista sopra i rovi e vide un bagliore lontano illuminare parzialmente il tronco di un albero.
Un'altra finestra sul mondo fuori lì per ricevere istruzioni dalla sua cibetta.
Si rinfrancò e il suo eroe tallò in sul ventro di security.
Si avvicinarono con un passo deciso senza perdere di vista l'obiettivo.
Dopo aver superato un piccolo fiumiciatto e aggirato un grosso masso,
Il cavallo si impennò all'improvviso.
Un grande roseto sbarrava la strada a poche decine di metri dall'apertura del cielo azzurro.
Il giovane non aveva mai visto quella variazione al fiore.
Rose nere come la pece si applicano simili a labbra carnose avvelenate e le spine erano viola,
Tutte puntate verso l'esterno della pianta,
Come una corazzata impenetrabile di guerrieri con le lance spianate verso i propri aggressori.
Il roseto sembrò enorme agli occhi del ragazzo,
Stendendosi da destra a sinistra senza poterne vedere l'estremità.
A girarlo gli sarebbe costato molto tempo e il rischio di perdere per sempre l'orientamento.
Non c'era alcun modo per Security,
Nervoso alla sola vista di quelle bocche con i denti affilati,
Di passarci attraverso,
Ma il corpo esile dello scudiero sarebbe potuto scivolare tra i rami e l'armatura l'avrebbe protetta dalle punture di spine.
Il giovane non sentì di avere altra scelta e il cuore gli batte in gola.
L'unico modo per proseguire era lasciarsi alle spalle Security,
Il suo fedele destriero e l'unica proprietà materiale che avesse mai posseduto.
Smontò dal cavallo e si portò davanti al muslo dell'animale.
Glielo strinse forte a sé e bagnò il suo manto color nocciola con le sue lacrime.
Non avrebbe mai pensato che seguire il proprio cuore gli potesse costare così tanto.
Un cavaliere senza cavallo è pur sempre un guerriero,
Ma uno scudiero senza cavallo rimane solo un ragazzo.
Rinunciare a ciò che era agli occhi dei suoi compagni,
La sua identità.
Da quel momento l'unico modo per riguadagnare il rispetto dell'ordine sarebbe stato arrivare fino in fondo a tutti i costi.
Si asciugò le guance e si voltò senza più guardarsi indietro.
L'amore del destino avrebbe guidato Security fuori di lì,
Sano e salvo,
Se fosse stata volontà divina,
Si disse.
Si buttò a terra,
Strisciò sotto il roseto e una volta fuori dall'intrico di rami e spine si alzò in piedi.
Il lucernario celeste era a pochi passi da lui.
Engel lo aspettava già,
Girava intorno in attesa di vedere luccicare nel cono di luce l'armatura del suo padrone.
Con un colpo d'ali si portò più vicino al tetto della foresta e mostrò al ragazzo la vie da prendere.
«Sempre dritto avanti a te,
Continua così»,
Volle leggere il giovane nel segnale della sua civetta.
Presa a francheggiare un piccolo torrente silenzioso che scorreva placidamente nella direzione che doveva seguire.
Pensò gli sarebbe servito da punto di riferimento.
Le rocce che fioravano dall'acqua erano viscive e ricoperte da alghe blu.
L'odore che emanavano era putrido e stagnante,
Come quello delle stalle fangose dove accudiva con zelo i cavalli dei suoi cavalieri i giorni in cui le piogge battevano senza sosto.
Era sempre stato un instancabile lavoratore,
Dedito all'apprendimento e al sacrificio.
Diventare cavaliere era ciò per cui era nato,
Lo aveva convinto suo padre,
Anche lui cavaliere,
Morto in battaglia per sbrigare un affare del suo signore pochi giorni prima che il ragazzo divenne ufficialmente scudiero.
Non aveva mai messo in dubbio l'autorità del padre,
Né quello che volesse fosse fatto della sua vita.
Essere cavaliere significava ricevere rispetto,
Un'ottima paga e un podere da gestire e far fruttare.
Queste promesse però non erano bastate a rendere il giovane scudiero cieco di fronte alla superficialità della vita da cavaliere.
Quando tirava con la spada o lanciava il galoppo security non pensava mai di farlo per servire un giorno i capricci belligeranti dei signori di quelle terre.
Egli credeva di poter usare le sue abilità per il bene della gente comune e si era convinto che avrebbe spinto altri giovani cavalieri a seguire il suo esempio.
Forse era per questo che il suo cuore,
Avvizzito all'evidenza di un ordine che non voleva scomodarsi di fare le cose diversamente,
Lo aveva lanciato a cercare altrove,
In quei cunicoli bui e frondosi dove nessuno si era mai spinto.
Mentre sostava qualche minuto sulla riva del torrente per riposare le gambe stanche,
Il ragazzo,
Che privato del suo cavallo non osava più chiamarsi scudiero,
Capì che per lui non si era mai trattato di diventare un cavaliere provetto perché l'ordine ne fosse orgoglioso,
Ma diventare un uomo valoroso perché egli fosse fiero di se stesso.
Crede di cominciare a spiegarsi perché il proprio cuore lo avesse cacciato in quella inaspettata spaventosa faccenda.
Riprese il cammino con rinnovato umore.
Si separò dal corso d'acqua che piegava verso destra e si addentrò in una zona della foresta caratterizzata da alberi giganti,
Più antichi e più alti di qualsiasi cattedrale che il giovane avesse mai visto nei suoi viaggi,
Con radici che uscivano e si sollevavano da terra per poi conficcarsi di nuovo nel terreno umido e soffice,
Come grosse idree che si contorcono nell'acqua.
Per la prima volta,
Mentre camminava su quei ponti naturali intrecciati tra loro da tempi perduti,
Il giovane non provò timore e angoscia verso la foresta,
Ma umile rispetto.
All'orizzonte si fece largo tra gli alberi una luce.
Non proveniva dall'alto,
Poiché le chiome degli alberi erano rimaste bulle.
Era piuttosto uno spazio aperto che riceveva e accoglieva la luce del sole.
Il giovane si chiede se quella fosse l'uscita del bosco e se la sua avventura stesse volgendo al termine.
La sua leggenda sarebbe allora stata tramandata come un vieto fine.
Corso e senza guardare più dove mettere i piedi,
Instupidito dalla sete di cantare vittoria.
Il vagliore era talmente forte rispetto al buio della foresta che ne fu accecato fino all'istante in cui uscì tra gli alberi.
Quando i suoi occhi si adattarono alla luce trovò davanti a sé una radura lussureggiante.
C'erano corsi di acqua cristallina e piccole cascatelle che scintillavano i raggi del sole.
L'aria era calda e fragrante,
Di erba fresca e fiori delicati.
I cespugli di mirtiglie e fragoline erano carichi di frutti e le farfalle variopinte si rincorrevano e danzavano nei muvinelli della brezza tiepida che spirava.
Poteva vedere il limite dove la foresta cingeva quel piccolo paradiso e reclamava il suo dominio,
Ma la radura era abbastanza grande da accogliere un villaggio.
Il ragazzo si dimenticò del luogo tetro da dove era venuto e conciò della missione personale che stava compiendo.
Avanzò nella radura con passo leggero e spensierato,
Rimosse l'armatura e lasciò cadere la terra,
Colse una mangiata di mirtilli e si distesa a gambe divaricate nell'erba alta,
Portando i frutti alla bocca,
Uno dopo l'altro,
Mentre guardava il passaggio veloce delle nuvole nel cielo.
Aveva scoperto un luogo magico.
Nessuno del mondo da dove era venuto avrebbe mai pensato che ci potesse essere una tale sorpresa nel cuore della foresta nera.
I cavalieri sarebbero rimasti a bocca aperta quando glielo avrebbero raccontato.
L'avrebbero guardato con rispetto e approvazione e l'avrebbero certo visto come un vincitore.
Riempì un sacchetto di mirtilli e colse dei fiorini bizzarri dai petali rosa coi puntini gialli,
Per convincere anche i cavalieri più scettici che le sue non erano menzogne.
Poi tornò dove l'erba aveva preso la sagoma del suo corpo,
Fece dal suo mantello un cuscino e si appisolò sereno,
Convinto di aver portato a termine quell'ardua sfida.
Lo scrutava dall'alto pazientemente,
Chiudendo un cerchio perfetto,
Come un abile cacciatore dei cieli pronto a fiondarsi su una preda.
Quando ne ebbe abbastanza della pigrizia del suo padrone,
Scese in picchiata,
Afferrò con gli artigli la sua maglia,
Gli diede uno strattone e riprese il volo.
Il ragazzo si svegliò di soprassalto.
Le nuvole non erano più candide come le aveva lasciate prima di addormentarsi,
Ma avevano assunto un colorito arancione.
Seguì con lo sguardo il volo della sua civetta e le alzò un pugno contro,
Maledicendola per aver interrotto il suo riposo.
Non riusciva a capire che cosa le prendesse.
«E' finita,
Engel,
Ce l'abbiamo fatta!
Scendi qui con me a riposare!
» le gridò.
L'uccello non si calmò e presa a compiere delle ampie giravolta a mezz'aria,
E ad ogni rapida discesa si portava a pochi centimetri dalla testa del ragazzo prima di riprendere quota.
Egli si accucciava d'istinto per non essere colpito.
Si spaventò.
«Che ti succede?
Sei impazzita?
» Voleva essere lasciato in pace,
Ma il fu evidente che la civetta era di un'altra opinione.
«Ho attraversato la foresta nera.
Ho dimostrato coraggio e determinazione.
Non c'è più bisogno di continuare»,
Si giustificò a voce alta,
Sperando che la compagna comprendesse le sue vere intenzioni.
Ci era sempre riuscita.
«Posso tornare d'eroe,
Tra i cavalieri.
Mi daranno subito un cavallo,
Un'armatura in acciaio senza maccature e un terreno fertile.
Non ha più senso continuare questa spedizione.
Lasciami godere di questo paradiso ancora un po'.
Poi torneremo insieme sui nostri passi.
Su,
Da brava!
» La civetta interroppò i suoi attacchi e con un elegante virata si allontanò indietro da dove erano venuti entrambi.
Il ragazzo sorrise,
Soddisfatto di aver avuto la meglio in quel battibecco,
E tornò a raccogliere i frutti che la radura,
Con la sua pace e i suoi colori,
Sembrava lo invitasse a gustare.
Un fischio improvviso sopra la sua testa lo fece balzare,
Rovesciando a terra tutte le more che aveva raccolto nella mano.
Vide l'ombra di Engel proiettata davanti a sé,
E si sentì colpire la nuca da un oggetto.
Si voltò e guardò per terra.
Il fodero del suo pugnale.
Era stato un dono di suo padre,
Che gli aveva dato prima di partire per la missione,
Che sarebbe stata la sua ultima.
Sul fianco aveva fatto incidere finemente delle parole.
Un eroe non è colui che compie un gesto valoroso per giustificare il proprio passato.
Eroe è colui che compie un gesto valoroso per riscrivere il proprio destino.
Il ragazzo alzò gli occhi gonfi di lacrima al cielo,
Dove Engel lo attendeva pazientemente,
Come sempre aveva fatto quando si trattava di aspettare che anche il suo padrone vedesse le cose dalla sua più alta prospettiva.
D'accordo,
Civetta petulante,
Fino alla fine.
Raccattò i pezzi dell'armatura e la sua spana dal prato.
Si sciacquò il viso e riempì d'acqua la sua borraccia di pelle dal fiumiciattolo.
Rivestito di tutto punto,
Tornò sui suoi passi,
Fin sotto i primi alberi della foresta,
E riprese il cammino,
Lasciando alle sue spalle la radura e il miraggio di una missione compiuta che sapeva più di un risultato per far tacere l'ego che per saziare la fame del proprio cuore.
Era ormai giunta la notte.
Il ragazzo si incampò in uno spazio di terra abbattuta,
Circondato dalle radici disotterrate di due grossi alberi.
Scelse quel punto per poter accendere un fuoco che rimanesse nascosto ai predatori notturni.
Gli fu difficile determinare quando esattamente fosse eclato il sole,
Ma l'ultima volta che Engel gli era apparso in un'apertura tra le chiome della foresta per ricevere indicazioni,
La luce le aveva illuminato d'oro le piume bianche del ventre e delle ali.
Perciò il giovane aveva intuito che il sole si fosse già abbassato sulla linea dell'orizzonte.
Lo stomaco aveva preso a mandargli fitte di mal contento per aver saltato più di un pasto in quella lunga giornata e le gambe non erano state più agili nel salire e scendere oltre gli ostacoli che sbarravano il passo.
Allora aveva pensato fosse saggio trovare un luogo per riposare e mangiare qualcosa.
Il bagliore del fuoco sulle piante intorno a lui rendevano l'oscurità menaggonciante.
Prese dal sacchetto di tela nascosto sotto l'armatura quel che rimaneva della sua carne essiccata e la passò sul fuoco per ravvivarne il sapore.
La mangiò in silenzio ascoltando il richiamo degli uccelli della notte.
Si ragomitolò su un fianco e si coprì dalla testa e piedi con il suo mantello con l'indocente sensazione che quella protezione lo avrebbe in qualche modo difeso dagli animali feroci e magari,
Pensò,
I fantasmi che si aggiravano da quelle parti.
Desiderò essere nella scuderia del suo villaggio disteso sul fieno asciutto e profumato a pochi passi da security,
Lasciarsi cullare dal respiro cavernoso della sua bestia in un sonno profondo.
Ripensò al suo cavallo e al destino al quale l'aveva condannato e sentì bruciare una fitta nel centro del petto che lo fecesse inghiazzare.
Se aveva deciso di continuare quell'avventura era anche per non rendere vali tutti i sacrifici che aveva già dovuto sopportare.
Quando si svegliò il focolare si era spento e due lingue di fumo si levavano dalle ceneri.
La foresta era buia esattamente come l'aveva lasciata ma notò alcune foglie tra i rami sopra di lui ricevere un bagliore argentato.
La luna piena splendeva sopra la foresta.
Immaginò di poter vedere con gli occhi di Engel la distesa di alberi illuminati dal pallore lattiginoso della luna come un soffice tappeto di lana di pecora,
Riempirsi i polmoni dell'aria fresca e cristallina della notte quando gli odori diurni del mondo in cui egli viveva non erano esasperati dal calore del sole.
Voleva uscire da quella foresta il prima possibile.
Non avrebbe mai creduto che seguire il proprio cuore potesse fargli provare tanto spesso la sensazione di soffocare.
Quando i menestrali alla corte dei signori cantavano dei grandi amori e gesta prodigiose non menzionavano mai il dolore e lo sforzo che permetteranno ad una storia di avere il suo lieto fine.
Raccorse le sue cose,
Gettò un po' di acqua sulle cene ancora calde per non rischiare che un animale curioso si ustionasse il naso e riprese il cammino.
Ricordava bene la direzione che Engel gli aveva indicato al loro ultimo incontro.
Si augurò che anche la sua civetta si fosse appollaiata da qualche parte per riposarsi.
Muoversi nell'oscurità era difficile,
Ma l'area della foresta che stava attraversando era cosparsa di monoliti e resti di antiche frane,
Rendendo discontinua la volta buia della foresta e permettendo al chiarore della luna di guidare i movimenti del ragazzo.
L'ora giunse un rumore insolito.
Doveva essere vicino alle rapide di un fiume.
Avanzò ancora qualche centinaio di metri e giunse sulla sponda di un'arteria gonfia d'acqua che divideva metà la foresta.
Il giovane non si sarebbe mai aspettato di trovare un fiume in quel luogo.
Fiume è sinonimo di vita,
Risorse e commercio.
I territori intorno al suo corso sono ideali per la costruzione di un castello e il suo villaggio.
Si chiese dove quel fiume si lasciasse alle spalle la foresta per riversarsi nelle campagne e se mai qualcuno avesse osato risalirlo fin dentro il bosco.
Poi giudicò la corrente del fiume impensabile per essere risalita dalle zattele fatte di pali e corde con cui si spostavano i barcaioli di quelle terre.
Il fiume rappresentava un ostacolo sul suo cammino.
La direzione che aveva preso continuava proprio dall'altra parte.
Camminò alcuni decenni metri in su e in giù lungo la sua riva sperando in un restringimento del fiume,
Ma sembrava che quel letto fosse stato disegnato preciso e simmetrico direttamente dalle mani di Dio.
L'unica possibilità era guadarlo.
Rimosse l'armatura e la appoggiò insieme alla spada al tronco di un albero.
Non poteva rischiare di appesentire ulteriormente il movimento degli arti quando si sarebbe immerso nella corrente impetuosa.
Doveva lasciare quegli oggetti dietro di sé e il pensiero lo fece trasalire.
Aveva rinunciato alla via lastricata di certezze inaspirante cavaliere.
Aveva abbandonato il suo cavallo,
Fedele compagno e unico bene materiale che possedeva se mai avesse avuto la necessità di venderlo per ricominciare una nuova vita.
Adesso lasciava indietro le ultime cose che riuscivano a dargli un minimo senso di protezione dai pericoli inaguati nella foresta.
Sorrise amaramente.
La ricerca di significato nella vita era capace di toglierti tutto.
Avanzò qualche metro dentro il fiume immergendosi fin sopra la cintola stretta sulla veste di lana.
L'acqua era gelida e gli paralizzò le gambe.
La corrente premeva sulle cosce contratte.
Non poter resistere oltre in quelle condizioni.
Si tuffò in avanti e cominciò a sbracciare disperatamente,
Tenendo la testa sopra il livello dell'acqua.
Ad ogni metro che guadagnava verso l'altra riva ne perdeva due verso il basso,
Trascinato dalla corrente.
I muscoli delle braccia e delle spalle erano infreddoliti e allo stesso tempo infiammati dallo sforzo che veniva loro richiesto.
Il ragazzo non credette di potercela fare.
La sponda non sembrava avvicinarsi mai.
Si guardò indietro,
Anche la riva sicura da cui era venuto era ormai distante.
Per un attimo pensò di lasciarsi andare.
La paura di morire accese l'ultima riserva di energia che aveva in corpo.
Sentì il cuore fare un grosso tonfo e iniziare a battere forte ritmicamente come i colpi di un fabbro sulla lama incandescente di una spada.
Si immerse sott'acqua,
A un metro dalla superficie,
Dove la corrente era meno forte e nuotò fin quanto i suoi polmoni potessero sopportarlo.
Emerse con la testa e allungò un piede alla ricerca del fondo.
Un contatto.
Sbranciò ancora per qualche metro e infine appoggiò saldamente entrambi i piedi sul letto sassoso del fiume.
Il ragazzo scoppiò in una risata fragorosa,
Con gli occhi ancora chiusi e coperti dai capelli bagnati.
Si portò sulla riva e si lasciò cadere sulla sabbia per riprendere fiato.
L'area della foresta era più umite delle acque del fiume e si sentì avvolto in un caldo abbraccio.
L'euforia che l'aveva posseduto e tratto di un salvo si dileguò,
E il ragazzo riprese consapevolezza dei suoi arti e del suo respiro.
Si spogliò degli indumenti fradici,
Li strizzò e li rimise addosso.
Pensò fosse una fortuna che di lì a poco il sole sarebbe sorto,
Altrimenti avrebbe rischiato di morire di freddo.
Per quanto desiderasse riposarsi,
La cosa migliore da fare era muovere il corpo indirizzito per scaldarlo e continuare il suo cammino.
Il cielo assunse una tonalità viola e indaco.
Le poche stelle che avevano vinto il bagliore della luna si persero nella luce dell'aurora.
Il giovane crede di essere vicino al suo obiettivo.
Niente intorno a lui gli indicava che la foresta sarebbe terminata non lontano da dove si trovava,
Ma il suo intuito sì,
Allo stesso modo che lo aveva spinto a perseguire in quel luogo qualcosa di più grande per la sua vita.
Engel apparve in cielo,
Sembrava entusiasta di vedere il suo padrone ancora in forze,
Così determinato a non mollare.
Forse lei poteva già vedere il limite della foresta e voleva trasmettergli un messaggio di speranza con cui i suoi rapidi movimenti in aria.
La civetta gli indicò la direzione da prendere un'ultima volta e scomparve sopra le chiome degli alberi.
Il ragazzo pensò che il peggio fosse alle spalle.
Tutti i segnali gli dicevano che la vittoria era imminente.
Lasciò la zona del fiume e proseguì di buon passo tra gli alberi,
Dove la notte ancora resisteva all'avanzale del giorno.
Incontrò una foresta di liane viscile e passò attraverso un campo zeppo di funghi viola dal cappello rosso.
Si sforzò di non trangugiarne uno.
La fame gli stava dando la testa.
Smise di curarsi dove mettere i piedi e alzò lo sguardo per scruzzare davanti a sé.
In fondo,
All'orizzonte,
Schiacciata tra la volta oscura delle fronde degli alberi e il pavimento nero del sottobosco,
Una lama di luce correva da destra a sinistra.
Non aveva più dubbi.
La foresta terminava in quel punto.
Avvertì il rumore di un ramuscello spezzarsi e gli sembrò di catturare un movimento veloce alle sue spalle con la cola dell'occhio.
Un gorgoglio lugubre si levò nel silenzio.
Senza poter controllare la reazione del suo corpo,
I peli delle sue braccia si rizzarono e un brivido gli corse lungo la schiena.
Si voltò lentamente con tutto il corpo per fronteggiare ciò che lo attendeva.
Un lupo,
Più mostro che animale,
Lo fissava a pochi passi con il pelo nero ritto sopra la schiena inarcata.
Gli occhi rossi erano due puntini scintillanti nella sua figura buia e demoniaca.
Poteva essere scambiato per uno spettro più che per un animale in carne e ossa.
Il ragazzo pensò per un momento che si trattasse solo di un gioco della sua mente,
Ma il suono minaccioso che proveniva dalla gola dell'animale e l'odore di sangue che proveniva dalle sue faci semi aperte erano troppo persino per la sua immaginazione.
Quello era il diavolo venuto per lui.
Il ragazzo portò istintivamente la mano destra al fianco sinistro in cerca della spada.
Il cuore gli si gelò.
Era rimasta per sempre dall'altra parte del fiume insieme alla sua armatura.
Non aveva niente per difendersi da quella bestia feroce.
Fece un calcolo rapido sulle sue possibilità di uscire vivo da quello scontro e si accorse che erano pressoché inesistenti.
L'unica possibilità era attendere il primo attacco dell'animale,
Schivarlo e correre.
Correre disperatamente verso la fine di quell'incubo interminabile.
Correre fuori dalla Fool's Forest e lontano da tutte le insiglie e i mostri che nascondeva nelle sue tetre e gallerie.
Il demone lo fissava.
La tensione cresceva e il ragazzo si aspettava da un momento all'altro il suo valzo,
Ma la bestia attese.
Non ce la farai.
Il ragazzo parve di udire queste parole come un sussurro gerido che intraversava l'anima.
Guardò il lupo nei suoi occhi fiammiggianti.
Non hai la stoffa.
Quel demone stava parlando direttamente al suo cuore.
Il ragazzo si sentì piccolo all'improvviso.
Tutta l'esperienza e il coraggio che aveva accumulato in quell'avventura nella foresta si dileguarono e gli sembrò di tornare bambino indifeso.
Non sei mai stato destinato a grandi cose.
I tuoi sforzi,
I tuoi sacrifici,
Solo il frutto della tua mente sciocca.
Non puoi cambiare il corso delle cose.
Il ragazzo fece un passo indietro,
Incapace di controllare l'esperienza interiore che lo stava travolgendo.
Il lupo era più forte di lui.
Tutti i dubbi e timori,
I fantasmi del passato e le domande sul futuro che albergavano nel suo cuore avevano preso vita in una figura orrenda che lo minacciava di portarsi via la sua vita e con essa anche il suo sogno.
Il giovane accennò un altro passo indietro e il lupo lo copiò muovendo le zampe in avanti.
Il ragazzo capì che non poteva sfuggirli.
Non c'era modo di voltargli le spalle e correre via verso l'uscita.
Doveva affrontare la bestia e tutto quello che rappresentava nel suo cuore.
Il lupo si accorse della postura più confidente che aveva assunto la sua vittima e cominciò a rinviare più vigorosamente.
Il ragazzo distorse lo sguardo al suo nemico per guardarsi intorno alla ricerca di un'arma.
Un ramo robusto di ruovi si era spezzato e geceva per terra alle spalle della belva.
Avrebbe dovuto schivare l'attacco con una capriarola laterale,
Portare il piede destro indietro per spingere sul terreno e permettergli di scattare in avanti.
Raggiunto il legno lo avrebbe afferrato con la mano destra e si sarebbe voltato per sferare un colpo alla cieca,
Sicuro che avrebbe colpito l'animale precipitatoci alle sue spalle.
Ripassò i movimenti più di una volta per non lasciare spazio alla paura di giocargli un brutto scherzo.
Il suo maestro di spada gli aveva detto più volte che un vero cavaliere è colui che riesce a vedere la battaglia come una partita di scacchi in cui ad ogni mossa corrisponde una contromossa e a vincere è colui che riesce a vedere più in là dell'altro.
Lo aveva messo in pratica quando si allenava con i servitori dell'ordine usando bastoni di legno.
Ora doveva farlo per decidere del suo destino.
La bestia balzò in avanti,
Poi accadde tutto velocemente.
Il ragazzo lasciò sfilare l'attacco alla sua sinistra,
Scattò verso il ramo,
Lo afferrò e,
Caduto con un ginocchio per terra,
Si voltò in un solo movimento,
Scaricando tutta la forza che ancora aveva in corpo in quel colpo.
Le spine del ramo si conficcarono sul naso,
Guancia e occhio sinistro del lupo.
Un fiotto di sangue schizzò dal volto della bestia,
Che indietreggiò mugugnando.
Poi si voltò e scappò via.
Il ragazzo rimase ansimante con il bastone ancora sollevato a mezz'aria.
La scarica di adrenalina gli fece lacrimare gli occhi e sentì il suo petto liberarsi dalla morsa che la presenza di quel demone gli aveva trasmesso.
Macchiato di sangue e fango,
Sfinito e intontito dal rilascio emotivo,
Si sentì più leggero che mai.
Rimase ancora appoggiato al ginocchio,
Con il busto reclinato in avanti,
Come un cavaliere nel momento della sua investitura.
E forse per pura coincidenza,
O per quella magia della vita che rende alcuni semplici eventi un momento profondamente significativo e simbolico nella crescita di una persona,
Una foglia di alloro volata da una grande pianta vicino al luogo della battaglia,
Si posò prima sulla spalla destra,
Poi sulla spalla sinistra del ragazzo,
E infine continuò la sua danza nel vento.
Quando il ragazzo uscì dal sipario di alberi dove terminava la foresta,
Engel lo stava già aspettando.
La civetta scese impicchiata e frenò all'ultimo per raggiarsi delicatamente sulla spalla del padrone.
Strofinò la sua testolina piumata sulla guancia del ragazzo e spiegò le ali in segno di abbraccio e protezione.
Il paesaggio che se priva dai confini della foresta era proprio come il ragazzo se lo era immaginato,
Una campagna semplice e pulita,
Null'altro.
Il sole era assorto da pochi minuti e inondava della sua luce pigra il tappeto di erba gialla.
In lontananza si vedevano i fumi di un villaggio che si stava svegliando e si udivano i rintocchi dal campanile della cattedrale che torreggiava sulla linea dell'orizzonte.
Una coppia di cavalieri apparve dal lato destro del paesaggio e passarono non lontani da dove sostava il ragazzo.
Alzarono un braccio in modo casuale,
In segno di saluto,
Pensandole un contadino.
Egli sorrise a quel gesto e contraccambeò con piacere.
La sua avventura era terminata.
Altri si sarebbero aspettati di raggiungere un luogo fatato dopo un tale sforzo,
Un luogo nascosto e protetto dalla foresta che soli i più valorosi avrebbero meritato di vedere con i loro occhi.
Ma il territorio che vedeva il ragazzo era uguale a quello che si era lasciato alle spalle all'inizio di quella missione personale.
Non era deluso a riguardo,
Poiché solo chi crea grandi aspettative nella propria testa scopre il fianco all'imprevedibilità della vita per venirne ferito.
Lo aveva capito quando era ancora disteso,
Fradice e ansimante,
Sulla riva del fiume,
E il suo corpo esausto era attraversato da una scarica di vita e di soddisfazione per aver compiuto un gesto tanto coraggioso.
Il dono più grande dell'avventura non è il luogo a cui ci conduce,
Ma la persona che siamo diventati al taglio del traguardo.
Guardò Engel nei suoi occhi gialli e sottili,
Le trasmise tutta la sua gratitudine per aver sempre vegliato su di lui.
Questa volta la sua civetta aveva intuito molto prima nel suo padrone il luogo al quale era diretto sin dall'inizio,
Senza saperlo,
Un punto immaginario al centro del suo essere.
Non sapeva cosa avrebbe fatto adesso,
Quel giovane uomo,
E non era neanche poi così sicuro di voler andare dall'ordine a raccontare delle sue prodi gesta.
Per il momento si sarebbe accontentato di un buon pasto caldo e di un buon boccale di birra.
Portò Engel sul suo braccio destro e lo tesi in aria per slanciare l'uccello nel suo volo.
«Va,
Amica,
Conducimi alla nostra prossima meta.
Io sarò dietro di te».
La civetta lanciò un lungo fischio e spiegò le ali verso l'orizzonte celeste,
Splendente nell'oro del sole del mattino,
Che dava inizio ad una nuova pagina della storia di quelle terre,
Popolate da nobili cavalieri,
Gesta valorose e avventure senza fine.
Grazie di aver ascoltato questa storia,
E ricordate sempre di credere fino in fondo nei vostri sogni.
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