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Essere Vittima del Vittimismo

by Ian Ritter

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C’è chi si trova davvero a subire ingiustizie e chi, invece, trasforma la sofferenza in un ruolo fisso, che finisce per condizionare ogni relazione. In questo episodio parliamo di come il vittimismo possa diventare una prigione invisibile, di come usi il senso di colpa come leva e di come trascini chi sta intorno in un circolo di accuse e obblighi. Vedremo anche quali piccoli passi possono aiutare a distinguere tra bisogno autentico e pretesa, e come uscire dal copione del lamento per tornare a scegliere con più libertà.

Trascritto

Il vittimismo non è solo una parola che usiamo per descrivere chi si lamenta troppo.

È un modo logorante di vivere le proprie ferite e i propri malesseri,

Generando comportamenti che possono diventare invisibili a chi li agisce,

Ma molto pesanti per chi gli sta attorno.

Vivere costantemente nel ruolo di vittima significa rimanere bloccati in un copione fatto di pesantezza,

Senso di ingiustizia e conflitti continui che avvelenano i rapporti più importanti.

Sono Ian Ritter,

Sono un counselor Brennan e ti do il benvenuto.

Questo è il mio podcast,

Dove offro spunti di riflessione per chiunque voglia portare maggiore consapevolezza e autenticità nella propria vita.

Buon ascolto.

In questo episodio ti parlerò di come funziona la dinamica del vittimismo.

Non mi soffermerò tanto sulle reali vittime,

Quindi coloro che stanno subendo reali abusi,

Violenze o ingiustizie.

Piuttosto ti parlerò della mentalità vittimista,

Ovvero quando si entra nel ruolo di vittima anche senza una causa esterna attuale,

Trasformandola in un modo abituale di stare nel mondo.

Di questo fa parte anche quella dinamica per cui in passato noi,

Membri della nostra famiglia o un gruppo di cui facciamo parte siamo stati davvero vittime,

Ma quell'episodio viene portato avanti negli anni e usato ancora oggi come giustificazione per comportamenti disfunzionali.

Da qui ci sposteremo alle relazioni.

Vedremo come il vittimismo può trasformarsi in una sorta di presa in ostaggio emotiva che fa leva su paura,

Obbligo e senso di colpa.

Parleremo di confini,

Di come distinguere tra aiutare e colludere e di quanto sia difficile non cadere nella trappola di sentirsi sempre o cattivi o salvatori.

A collegare i vari passaggi ci sarà il caso di Laura,

Una donna che ha imparato a guardare con occhi nuovi il rapporto con sua madre,

Donna anziana con comportamenti vittimisti e manipolativi.

Il suo percorso di crescita personale ci aiuterà a rendere concreti i concetti di cui parlerò e a riconoscerli forse anche nella tua vita.

Comincio da lei.

Laura arriva in seduta sempre con passo rapido ed occhi stanchi,

Come chi non vuole perdere tempo ma dentro sente già l'affaticamento.

Ha 42 anni e è una madre anziana con cui il rapporto è segnato da un copione ripetitivo,

Richieste improvvise,

Lamentele,

Accuse velate.

«Se non vado subito da lei divento la cattiva»,

Mi dice alla prima seduta.

Nel suo sguardo c'è un misto di rabbia e rassegnazione.

Racconta una scena.

La sera prima la madre la chiama alle dieci passate.

«Sto male,

Nessuno si prende cura di me»,

Laura le chiede se ha preso le medicine.

La risposta è accusatoria.

«Non te ne importa niente,

Dopo tutto quello che ho fatto per te».

Laura cede.

Si beste,

Prende la macchina,

Va da lei.

Quando arriva la trova seduta davanti alla televisione,

Tranquilla.

La madre commenta «Vedi,

Quando vuoi sai esserci».

Laura torna a casa svuotata.

Mi dice «Non importa cosa io faccia,

Se resto a casa sono egoista,

Se vado sono la figlia brava ma dentro ho un mare di rabbia.

Non vinco mai».

Le chiedo cosa sente nel corpo pensando a questa cosa.

Mi si chiude la gola,

Le spalle diventano dure,

La mente corre e ripete «Devo,

Devo,

Devo».

È il gancio del senso di colpa.

Scatta in automatico.

Le nega la possibilità di scegliere.

La chiamata non è solo una richiesta,

È un esame.

Se non risponde subito,

È colpevole.

Se risponde,

È comunque in qualche modo in difetto.

Laura descrive la madre come una donna che nella vita ha sofferto e che usa quella sofferenza come lascia passare.

Non la vede cattiva,

Ma sente che ogni volta la mette in un angolo.

«O obbedisci o sei un'ingrata».

E così Laura alterna gesti di cura ad esplosioni di rabbia,

Che si traducono in litigi con la madre,

Ma che per lo più rivolge contro se stessa.

Tutti abbiamo subito e abbiamo sofferto per mano di qualcuno nella nostra vita.

Dunque tutti,

In base a come abbiamo reagito a questi eventi,

Potremmo portare dentro di noi dei tratti vittimistici.

È però qualcosa che pochissimi di noi sono disposti a riconoscere.

La funzione principale di questo episodio non è tanto smascherare i vittimisti intorno a noi,

È piuttosto quella di riconoscere come dentro di noi questo tipo di sentimento compromette la qualità della nostra vita.

Il vittimismo è subdolo,

È difficile da identificare,

Ma essere disposti ad identificare e a lasciare andare queste modalità può essere come gradualmente togliere un freno a mano.

Trovo estremamente esaustiva la definizione del vittimismo tratta dal vocabolario,

Perché ci dà una breve ma chiara panoramica di quello di cui stiamo parlando esattamente.

Il vittimismo è l'inclinazione a fare la vittima,

Cioè a considerarsi sempre oppresso,

Perseguitato,

Osteggiato e danneggiato da persone e circostanze,

E a lamentarsene,

Ma a volte anche a compiacersene.

Il vittimismo può avere varie sfumature di significato,

Dal più blando,

Come tendenza all'autocommiserazione,

Al più grave,

Che in contesto psichiatrico indica l'atteggiamento di certi nevrotici costantemente in cerca di situazioni in cui possono soffrire,

Compatirsi e cercare simpatia.

Quindi oggi parleremo della tendenza a fare la vittima più che a essere vittima.

Prima di entrare nei tratti specifici,

Però,

Ti ribadisco che molti di coloro che sviluppano questa mentalità hanno effettivamente vissuto esperienze di abuso,

Trascuratezzo o ingiustizia.

Non si diventa vittimisti dal nulla.

Spesso c'è stata una ferita concreta che ha segnato la persona lasciandole la sensazione di non avere controllo o voce.

Quella ferita originaria,

Se non viene guarita,

Può trasformarsi col tempo in un filtro permanente con cui guardare la vita anche quando le condizioni sono cambiate.

Altre volte non è un singolo evento,

Ma una serie di esperienze ripetute.

Essere messi costantemente da parte,

Non sentirsi riconosciuti,

Crescere in un ambiente dove i bisogni emotivi non trovavano risposta.

In questi casi,

La posizione di vittima diventa una sorta di armatura.

Meglio rassegnarsi all'impotenza che rischiare di esporsi e soffrire ancora.

Così un meccanismo nato come forma di protezione finisce per consolidarsi in un modo abituale di stare al mondo loro malgrado.

Un primo tratto evidente della mentalità vittimista è la tendenza a scaricare sempre all'esterno la responsabilità.

Se qualcosa va storto,

La colpa è degli altri,

Del destino,

Delle circostanze.

Quest'atteggiamento impedisce l'autocritica e chiuda la possibilità di crescita.

Se tutto dipende dall'esterno,

Allora io non posso fare nulla.

Ne nasce la convinzione,

Per lo più inconscia,

Che impegnarsi non serve e che qualsiasi risultato dipenda sempre dall'intervento altrui.

Questo ci porta a sviluppare tre elementi fondamentali.

Il primo punto è il senso di ingiustizia,

Perché qualcuno o qualcosa è colpevole di ciò che mi accade e di come mi sento.

Il secondo è il senso di impotenza,

Perché per quanto mi impegni non posso farci nulla.

Il terzo è lo scarico di responsabilità,

Perché se io non ho alcun potere,

Allora è compito di qualcun altro risolvere le mie tematiche.

E dunque l'aspettativa nei confronti degli altri.

Anche se in forma minore,

Se stiamo soffrendo per qualcosa che accade nella nostra vita,

C'è una buona probabilità che,

Se proviamo rabbia,

Ci possa essere uno di questi tre elementi in gioco.

Provare questo tipo di sentimenti ha come conseguenza naturale lo sviluppare un senso di invidia e di risentimento.

Quando un collega ha successo,

Quando un amico vive in un momento felice,

Chi si percepisce vittima fatica a gioire.

Dentro scatta piuttosto un pensiero corrosivo.

Perché a me no?

Perché agli altri sempre sì e a me sempre no?

Questa sensazione,

Non sempre dichiarata,

Avvelena i rapporti e impedisce di trarre ispirazione dall'esperienza altrui.

Quella che può essere una sana invidia,

Che ci ispira a raggiungere gli stessi traguardi,

Diventa una gelosia che ci addolore e ci logora.

Dietro questa tristezza e l'autocommiserazione spesso si nasconde una rabbia intensa.

Non è una rabbia che esplode apertamente,

Ma prende la forma dell'aggressività passiva.

Una battuta pungente,

Un silenzio pesante,

Un tono lamentoso che giudica senza bisogno di parole.

È una rabbia che resta in sottofondo,

Ma che si sente nell'aria e che finisce per usurare lentamente i rapporti.

C'è poi la costante ricerca di attenzione.

Il vittimista ha bisogno di sentirsi al centro,

Di avere conferme continue.

Questo bisogno può diventare asfissiante.

Qualunque ritardo,

Qualunque piccola disattenzione viene vissuta come mancanza di rispetto,

Tradimento o abbandono.

E più la persona vicina cerca di soddisfare la richiesta,

Meno sembra bastare.

È come un pozzo senza fondo che porta chi sta accanto a sentirsi svuotato e frustrato.

Se qualcuno poi prova a far notare questo schema,

La reazione tipica è la chiusura perché viene vissuta come critica.

«Non mi capisci!

Nessuno mi capisce!

» Invece di aprire una possibilità di confronto,

La percepita critica rafforza la corazza.

È un paradosso.

Più cerchi di aiutare,

Più rischi di essere respinto e accusato di non avere sensibilità.

Questo crea un clima in cui ogni tentativo di dialogo diventa un campo minato.

Il vittimista è spesso abilissimo nel toccare le corde dell'empatia.

Racconta le proprie fatiche in modo da suscitare compassione e fa sentire chi è di fronte come l'unica persona che può veramente aiutare perché tutti gli altri hanno abbandonato la nave.

Per un attimo,

Chi aiuta viene quasi messo su un piedistallo,

In un ruolo di salvatore,

Ma questa posizione non durerà granché.

Perché la minaccia velata è sempre presente.

Quella che se si rinuncia a questo ruolo,

Allora si è come tutti gli altri.

Questo da un lato può fare leva sull'ego di chi aiuta perché si sente importante e indispensabile.

Chi ascolta le tante difficoltà vissute dal vittimista finisce per sentirsi in colpa se non offre aiuto immediato.

È un meccanismo sottile ma potente.

Chi sta vicino sente di non avere scelta,

Come se negare attenzione fosse una crudeltà.

Ma poiché il vittimista non smette mai di compiangersi,

Questo fa crescere la frustrazione in chi cerca di aiutare,

Chi vede i propri sforzi non solo vani ma anche sviliti.

Così l'uno chiede sempre di più,

Ma l'altro dà sempre meno volentieri.

Alla base c'è un egocentrismo nascosto.

Non quello rumoroso e appariscente,

Ma un egocentrismo che riduce gli altri a funzioni.

Tu esisti in quanto mi ascolti,

Mi consoli,

Mi dai ragione.

Non vieni visto per ciò che sei,

Ma per ciò che puoi offrire a me.

È questo che rende logorante il rapporto,

Il fatto che il salvatore di turno viene oggettivato e ha una funzione puramente utilitaristica.

Poiché chi viene salvato non riesce a vedere la generosità e l'impegno che l'altro ci mette e dunque non esprime la minima gratitudine.

Il fatto che nonostante tutto il sostegno dato,

Nulla va a scalfire l'autocommiserarsi del vittimista,

Chi cerca di aiutare si sente sempre più impotente e frustrato.

Alla lunga le conseguenze sono pesanti.

Chi vive nella mentalità vittimista resta prigioniero del proprio senso di impotenza,

Che poi induce negli altri.

Chi vive accanto a questa persona si sente intrappolato in un ruolo obbligato,

O salvatore,

O carnefice.

Nessuno dei due ruoli è sostenibile a lungo.

Da qui nascono conflitti continui,

Sensazioni di ingiustizia,

Rapporti che si spezzano o si raffreddano.

La frustrazione di chi sente che gli altri stanno venendo meno al proprio dovere di aiutarli si fa così intensa che diventa rabbia.

E questo dà vita a comportamenti aggressivi,

È ciò che accade quando un dolore legittimo si trasforma in un comportamento disfunzionale.

Una delle dinamiche più sorprendenti,

Ma che nella mia esperienza accade ogni volta,

È che chi si sente vittima finisce sempre per diventare anche carnefice.

In modo consapevole o inconscio,

È come se dicesse a se stesso «Ho sofferto,

Quindi ho diritto alla mia vendetta».

Non lo fa necessariamente in modo diretto o violento,

Anche se succede anche quello,

Ma più spesso con atteggiamenti passivo-aggressivi che lasciano l'altro intrappolato in un ruolo di colpevole.

Il dolore subito in passato diventa una sorta di lasciapassare morale,

Basta che una ferita antica si riattivi e subito scatta il meccanismo.

«Io so cosa vuol dire soffrire,

Quindi ora sono autorizzato a contrattaccare».

In questo modo,

Il ruolo di vittima diventa una giustificazione per infliggere all'altro sensi di colpa,

Aggressione o punizioni silenziose.

Facciamo un esempio concreto.

Una persona cresciuta in una famiglia fredda e poco affettuosa può usare quella storia come arma contro il partner.

Ogni volta che non riceve la risposta che si aspetta o non viene usato il tono desiderato,

Scatta il rimprovero implicito.

Il richiamo al dolore subito quasi fosse un debito che l'altro deve pagare per conto della famiglia d'origine della vittima.

A volte basta anche una punta di aggressività nel tono di qualcuno perché nella vittima si rinfervori la fiamma del proprio antico dolore e di conseguenza reagisca in modo proporzionato non al gesto leggermente aggressivo del partner,

Ma alla gigantesca mole di malessere preesistente dentro di sé.

Oppure,

Come nel caso di Laura,

Un genitore che ha avuto una gioventù difficile usa quel passato per criticare continuamente i figli.

«Con tutto quello che ho passato io,

Tu non hai diritto di lamentarti!

» Il dolore reale diventa così un'arma per zittire,

Per colpevolizzare,

Per tenere l'altro in posizione subordinata e per pretendere implicitamente un risarcimento.

Un'altra forma di questo meccanismo è il contrattacco giustificato.

Chi si percepisce vittima pensa di avere il diritto di ferire perché «sto solo restituendo ciò che ho ricevuto».

Così parole taglienti,

Silenzi punitivi o gesti di esclusione vengono visti come normali.

«Se tu avessi vissuto quello che ho vissuto io,

Capiresti!

» In realtà,

Ciò che accade è che il vecchio dolore viene proiettato sulla relazione presente,

Che finisce per portare le cicatrici di una storia passata.

Questa dinamica è insidiosa perché crea un paradosso.

La persona si percepisce sempre innocente,

Sempre nel giusto,

Proprio mentre esercita una forma di punizione sull'altro.

È un potere che non si manifesta con la forza fisica,

Ma con la leva morale del dolore.

Il risultato è che l'altro si sente messo con le spalle al muro,

Non può difendersi senza sembrare crudele,

Non può opporsi senza sembrare insensibile.

Questo è il passaggio importante da riconoscere,

Quando il dolore,

Anziché chiedere comprensione,

Diventa un'arma per colpire.

È il momento in cui la vittima,

Senza accorgersene,

Si trasforma nel carnefice.

E per quanto possa sembrare giustificato dalla storia,

Resta un meccanismo che avvelena le relazioni e impedisce a entrambi di andare avanti.

Nel prossimo capitolo ci chiederemo perché queste dinamiche sono così difficili da spezzare,

Cosa trattiene la persona nel ruolo di vittima e cosa impedisce a chi sta vicino di uscirne.

Qui entreremo nelle dinamiche psicologiche più profonde che alimentano il vittimismo e lo rendono così resistente al cambiamento.

Se la mentalità vittimista fosse solo un insieme di atteggiamenti negativi,

Sarebbe relativamente semplice da superare.

Basterebbe rendersene conto e cambiare.

In realtà,

Il vittimismo resiste perché porta con sé dei vantaggi nascosti e perché affonda le radici in emozioni profonde come la vergogna,

La paura e il bisogno di essere visti.

Un primo aspetto è quello che in psicologia viene chiamato guadagno secondario,

Ovvero dove la vittima ottiene attenzione,

Compassione,

A volte anche privilegi.

Non è una scelta consapevole,

Ma un meccanismo che si consolida nel tempo.

Se mi mostro impotente,

Gli altri si prendono cura di me.

All'inizio questo porta a sollievo,

Ma a lungo andare diventa una trappola.

L'attenzione che ricevo dipende dal mio stare male.

Così smettere di soffrire ed essere vittima significherebbe perdere lo sguardo dell'altro e questo spaventa.

C'è poi l'impotenza che si autoalimenta.

Chi vive a lungo in situazioni dove non ha voce,

Per esempio in famiglie rigide,

In contesti di abuso o in ambienti in cui la propria opinione non conta mai,

Impara che l'impegno non porta risultati.

È come se interiorizzasse la lezione «non serve provarci,

Tanto non cambia niente».

Anche quando la situazione esterna è diversa,

La persona continua a sentirsi senza potere.

È il terreno su cui cresce il vittimismo,

Un copione già scritto che si ripete.

Un altro elemento è la vergogna.

Diversa dal senso di colpa che riguarda ciò che faccio,

La vergogna colpisce chi io credo di essere,

Ovvero «non valgo abbastanza,

Non sono degno».

Questa sensazione è così dolorosa che spesso viene nascosta dietro la maschera della vittima.

Se il problema è sempre fuori di me,

Non devo affrontare la mia vergogna interiore.

Ma così il dolore resta e trova sfogo in lamenti,

Accuse e risentimenti.

Il vittimismo si incolla all'identità anche perché fornisce una narrazione coerente.

Se mi definisco vittima,

Tutto ciò che accade ha un senso.

Ogni difficoltà conferma la mia storia,

Ogni frustrazione diventa prova della mia tesi.

Era assicurante avere una trama che spiega la realtà,

Anche se è una trama dolorosa.

Rinunciarvi significherebbe affrontare l'incertezza.

Chi sono se non sono più la vittima?

Questa domanda fa paura e spinge a restare nel ruolo conosciuto.

Infine,

Il vittimismo crea relazioni di dipendenza.

Da un lato,

La vittima si lega a chi la salva o la consola.

Dall'altro,

Chi si trova nel ruolo di salvatore si sente indispensabile.

Entrambi traggono qualcosa da questo scambio,

Anche se lugorante.

L'uno riceve attenzione,

L'altro sente di avere valore.

È per questo che i rapporti connotati da vittimismo sono così difficili da scegliere.

Perché c'è un tacito patto che lega entrambi i lati.

Dietro al vittimismo non c'è solo cattiva volontà o manipolazione.

Ci sono ferite,

Paure e bisogni irrisolti che hanno trovato in quel ruolo una forma di espressione.

Riconoscerlo non significa giustificare,

Ma capire.

E capire è il primo passo per uscirne.

Nel capitolo successivo ci sposteremo dalle radici interiori agli effetti esterni.

Vedremo come queste dinamiche si riflettono nelle relazioni,

Cosa accade a chi sta accanto a una persona vittimista e perché la rabbia,

Il senso di colpa ed esaurimento finiscono per dominare il rapporto.

Il vittimismo non resta mai confinato all'interno della persona che lo porta.

Si diffonde nelle relazioni come un clima,

Un'atmosfera che avvolge chi ci vive accanto.

È qui che la dinamica diventa più evidente e più dolorosa,

Perché non riguarda più solo il vissuto interiore,

Ma mette in scacco gli altri.

Una delle caratteristiche principali è il gioco dei ruoli.

Il vittimista si percepisce sempre nella parte del danneggiato e questo costringe chi sta vicino a collocarsi in ruoli complementari,

Il salvatore che deve riparare o il cattivo che non fa mai abbastanza.

Non esistono vie di mezzo.

O ti pieghi alla richiesta o sei accusato di indifferenza.

È un sistema chiuso che non lascia spazio alla reciprocità.

Chi prova ad essere il salvatore finisce per logorarsi.

All'inizio può sentirsi utile,

Persino importante.

La persona vittimista ha bisogno di me.

Ma col tempo scopre che non basta mai.

Ogni gesto rischia di essere rovesciato,

Ogni sforzo accolto con una nuova lamentela.

La frustrazione cresce e il rapporto si svuota.

È qui che spesso avviene il ribaltamento.

Il salvatore,

Stanco,

Diventa agli occhi della vittima il nuovo persecutore.

Da eroe a carnefice in un attimo.

Chi invece prova a non colludere si trova presto accusato di crudeltà o disinteresse.

È la dinamica della presa in ostaggio emotiva.

Se non fai come voglio,

Sei cattivo.

Non conta più il merito della situazione.

Conta solo che tu non ti sei piegato alla mia richiesta.

Questo mette l'altro di fronte a un vicolo cieco.

O cedo e mi annullo,

O resisto e vengo dipinto come insensibile.

Questa pressione costante fa salire la rabbia.

Rabbia di chi si sente accusato ingiustamente.

Rabbia di chi vorrebbe aiutare ma non può più reggere un sistema che lo imprigiona.

È una rabbia comprensibile che nasce dall'essere messi continuamente nel ruolo del colpevole.

Ma è anche una rabbia pericolosa perché rischia di alimentare il circolo stesso.

Più ti arrabbi,

Più vieni visto come il persecutore.

E il copione si rafforza.

Le relazioni segnate da vittimismo diventano spesso amicizie di lamentela.

Ci si incontra per sfogarsi,

Per confermare reciprocamente quanto la vita sia ingiusta.

All'inizio questo crea vicinanza,

Condividere il dolore sembra unire.

Ma col tempo si trasforma in co-ruminazione.

Cioè nel rimuginare a due che non porta soluzioni e amplifica il malessere.

Invece di sostegno,

Diventa una gabbia.

Laura racconta un episodio emblematico.

La madre la chiama durante una riunione di lavoro.

«Sei sparita,

Non ti interessi più di me!

» Laura le risponde che la richiamerà più tardi.

La reazione arriva immediata e tagliente.

«Allora è vero,

Non ti importa!

Tua cugina,

Almeno sua madre,

Non la lascia mai sola!

» Laura sente l'ondata di senso di colpa salire dal basso.

Vorrebbe spiegare e giustificarsi,

Ma sa che le sue parole verranno usate contro di lei.

È in trappola.

Se risponde subito,

Perde il lavoro.

Se non risponde,

È la figlia ingrata.

Mi dice «è come se avessi sempre un soffitto che mi crolla addosso.

Devo reggerlo,

Altrimenti mi travolge».

Questa immagine del soffitto che crolla descrive bene la sensazione di chi vive una relazione con un vittimista.

È la sensazione di non poter mai abbassare la guardia,

Di dover sempre sorreggere qualcosa che non dipende da te.

È un logoramento lento che porta a esaurimento emotivo.

Nel percorso con Laura lavoriamo sul distinguere tra bisogno e pretesa.

Non ogni richiesta della madre è legittima,

Non ogni accusa merita una risposta.

Imparare a mettere confini significa riconoscere dove finisce la responsabilità della figlia e dove inizia quella della madre.

Non è un gesto di freddezza,

Ma un atto di rispetto per entrambe.

«Posso esserci per te,

Ma non posso sostituirmi a te.

Non posso fare da madre a mia madre».

Parlare di confini non significa interrompere la relazione,

Anche se così può essere percepito dalla persona vittimista.

Significa renderla più vera.

Laura comincia a sperimentare con piccole frasi nuove.

«Mamma,

Ora non posso.

Ti richiamo dopo cena.

Capisco che ti senti sola,

Ma non posso venire ogni volta che mi chiami».

Sono frasi semplici,

Ma potenti.

Signano un cambiamento.

Non è più il gancio del senso di colpa a decidere,

Ma la sua scelta.

Il vittimismo nelle relazioni mette alla prova anche chi ha buona volontà.

Porta fra intendimenti,

Accuse,

Discussioni infinite.

Ma riconoscere il meccanismo è il primo passo per non cadere nella trappola.

E a volte basta nominare quello che accade per spezzare il circolo vizioso.

Nel prossimo capitolo vedremo come il vittimismo si intreccia con le distorsioni cognitive e come queste alimentano ulteriormente il copione.

Uno degli effetti più subdoli del vittimismo è la distorsione dello sguardo sulla realtà.

Chi resta incastrato in questo ruolo tende a vedere solo ciò che conferma la sua storia,

Ignorando tutto il resto.

È il cosiddetto bias di conferma.

Cerco e riconosco solo le prove che danno ragione alla mia visione.

Un esempio comune è il pessimismo cronico.

Se mi aspetto che gli altri si comportino male,

Interpreterò ogni gesto in quella direzione.

Un ritardo diventa una mancanza di rispetto.

Un silenzio diventa un rifiuto.

Un dissenso diventa un attacco personale.

Il mondo viene filtrato attraverso la certezza che la vita sia ingiusta e ogni fatto diventa carburante per confermare quella tesi.

Questa dinamica porta anche a giustificare comportamenti negativi come il pensiero «tanto lo fanno tutti».

È un modo per sentirsi legittimati a rispondere con rabbia,

Astio o indifferenza.

Il male subito diventa alibi per replicarlo e il circolo non si interrompe mai.

C'è poi la tendenza a rimanere attaccati alle offese.

Non conta la gravità dell'episodio,

Conta che diventi prova di quanto il mondo sia ingiusto.

Anche un piccolo sgarbo può essere ingigantito,

Tenuto vivo per anni come testimonianza della propria sofferenza.

È come se la persona dicesse «vedi,

Avevo ragione a non fidarmi».

Eppure lo stesso meccanismo può diventare una risorsa.

Così come cerco prove per confermare l'ingiustizia,

Posso allenarmi a cercare segnali che dimostrino il contrario.

Momenti in cui sono stato sostenuto,

Situazioni in cui qualcuno ha riconosciuto il mio valore,

Piccoli passi che mostrano la mia resilienza.

Cambia l'oggetto della ricerca,

Non la struttura.

Il bias di conferma può diventare un alleato se scelgo di spostare lo sguardo.

Infine,

Esiste una distorsione particolarmente dolorosa.

Quando chi viene messo di fronte alle proprie responsabilità ribalta la situazione e si presenta come vittima.

È il meccanismo del negare,

Attaccare e capovolgere i ruoli.

Immagina un collega che riceve un feedback costruttivo sul suo lavoro.

Invece di riflettere,

Reagisce dicendo «perché ce l'hai sempre con me?

Mi critichi perché ti sto antipatico».

In un attimo il contenuto del feedback scompare e chi lo ha dato si trova accusato di persecuzione.

Oppure in coppia,

Uno dei due segnala con calma un comportamento che lo fa soffrire e l'altro risponde «ecco,

Sei sempre tu a farmi sentire sbagliato».

In questo modo la persona che aveva espresso un bisogno legittimo finisce col sentirsi colpevole,

Mentre chi ha attaccato si rimette al centro come vittima.

Anche qui,

Riconoscere il meccanismo è il primo passo per non cadere nel tranello.

Nel prossimo capitolo allargheremo ancora lo sguardo e vedremo come queste dinamiche non riguardano solo le persone,

Ma anche la società,

Dai rapporti di genere fino a certe forme di potere spirituale e politico.

Il vittimismo non è soltanto una dinamica personale.

Attraversa anche la vita collettiva.

Diventa una lente con cui gruppi sociali,

Comunità e interi popoli interpretano la propria storia e le relazioni con gli altri.

Quando serve a denunciare ingiustizie reali,

Può avere un effetto positivo,

Generando consapevolezza e cambiamento.

Ma quando si irrigidisce come identità,

Rischia di bloccare il dialogo e alimentare nuove divisioni.

Le discriminazioni legate al genere e all'etnia sono esperienze reali e spesso dolorose.

Dare voce a queste storie è fondamentale perché aiuta a riconoscere ingiustizie che per troppo tempo sono state ignorate o minimizzate.

Il rischio nasce quando da quel dolore autentico prende forma una narrazione che diventa totalizzante.

Invece di distinguere tra individui e situazioni,

Si tende a ribaltare i ruoli in blocco.

Chi appartiene a un certo gruppo viene percepito automaticamente come colpevole.

Così,

Chi ha sofferto rischia di restare intrappolato in un'identità fissa di vittima e chi appartiene al gruppo percepito come privilegiato si sente accusato in partenza,

Anche se non ha compiuto ingiustizie.

Non si tratta di negare le discriminazioni reali né di sminuire la fatica di chi ha subito.

Piuttosto,

Si tratta di riconoscere che il dolore,

Pur legittimo,

Non può diventare l'unica lente attraverso cui guardare ogni relazione.

Solo distinguendo tra responsabilità individuali e colpe collettive,

Si può trasformare la memoria del dolore in risorsa e non in una gabbia.

Un altro contesto delicato è quello delle comunità spirituali,

Religiose o di crescita personale.

Qui il vittimismo può emergere quando uomini o donne adulte consenzienti che hanno scelto di affidarsi a figure carismatiche,

In seguito rileggono la propria esperienza come abuso di potere.

Non si tratta di negare che possono esserci squilibri reali,

Ma di notare come la cornice vittimista renda più facile semplificare una realtà complessa,

Fatta di consenso,

Aspettative e disillusioni.

La sofferenza è autentica,

Ma la narrazione rischia di appiattire la varietà dell'esperienza in uno schema unico,

Da una parte il carnefice,

Dall'altro la vittima.

Su un piano più ampio,

Il vittimismo appare nella cosiddetta «gara a chi soffre di più».

Gruppi sociali o popoli con storie di traumi alle spalle finiscono per confrontarsi non su come guarire,

Ma su chi ha sofferto di più.

Ogni passo avanti di uno viene vissuto come una minaccia all'altro.

Invece di riconoscere reciprocamente le ferite,

Si resta bloccati in una competizione sterile.

Questo meccanismo non è astratto.

Lo vediamo ogni volta che un conflitto sembra impossibile da risolvere perché entrambe le parti rivendicano il ruolo di vittime.

E da lì giustificano a loro volta comportamenti aggressivi o ingiusti.

Che si tratti di popoli,

Gruppi religiosi o comunità locali,

Il risultato è lo stesso.

Il dolore viene strumentalizzato e diventa un'arma politica.

Non più una spinta a costruire soluzioni,

Ma giustificazione per qualsiasi tipo di comportamento e di rappresaglia.

Riconoscere e nominare il vittimismo nella società non significa sminuire le ingiustizie reali.

Significa riconoscere che se il dolore diventa l'unico modo per definirsi,

Rischia di trasformarsi in una prigione.

È comprensibile che chi ha sofferto voglia che quel dolore sia ascoltato,

Ma farne l'unica identità impedisce di andare oltre.

Una comunità,

Un gruppo,

Un popolo che vive solo attraverso la propria ferita,

Resta incatenato al passato e fatica a costruire un futuro.

La sfida è trasformare la memoria del dolore in risorsa.

Non dimenticare,

Non negare,

Ma nemmeno restare imprigionati.

È possibile ricordare senza accusare indiscriminatamente,

Rivendicare senza alimentare nuove ostilità.

Uscire dal vittimismo collettivo significa aprire la strada alla responsabilità condivisa,

Riconoscere il dolore senza restarne schiavi e scegliere di costruire possibilità nuove per elaborarlo e andare oltre.

Parlando di andare oltre,

Nel prossimo capitolo ti parlo di perdono,

Ma non il perdono per come siamo abituati a concepirlo.

Parlare di perdono in un contesto segnato dal vittimismo è delicato.

Chi si sente vittima porta con sé ferite vere,

Spesso profonde,

E l'idea di perdonare può sembrare quasi un tradimento verso se stessi.

Come se lasciare andare il rancore significasse minimizzare l'offesa subita.

Ma perdonare non è dimenticare,

E non è nemmeno riconciliazione forzata.

È per questo che non è inteso nel senso più comune quello di prosciogliere l'altro o dimenticare ciò che è successo.

Qui il perdono non è un regalo a chi ha commesso un torto,

È un atto di liberazione verso noi stessi.

Etimologicamente perdonare significa donare completamente,

E in questo caso il dono non è verso chi ha commesso il torto,

Ma verso di noi.

Non andiamo ad assolvere l'altro dalla colpa,

Assolviamo piuttosto noi stessi dalla pena che ci infleggiamo ogni giorno continuando a rimuginare,

A nutrire rancore,

A vivere ancorati al dolore rivivendo un processo penale nella nostra testa.

Per molti la rabbia è stata a lungo una forma di difesa che può dare un'illusione di forza.

Finché resto arrabbiato,

Sento di non avere ceduto,

Di non aver lasciato vincere l'altro.

È come se la rabbia fosse l'unica barriera che impedisce all'altro di farla franca,

Ma a lungo andare questa rabbia diventa una catena,

Ci lega,

Lega noi stessi più di quanto leghi chi ci ha ferito.

Perdono in questo senso non significa dire non è successo nulla.

Significa smettere di infliggere a noi stessi la stessa pena ancora e ancora.

Significa decidere che la mia storia di dolore non sarà più una prigione in cui vivo.

Questa scelta è tutt'altro che semplice.

Per chi si è definito per anni attraverso la sofferenza lasciare andare il rancore può sembrare uno smarrimento di identità.

È come uscire da una stanza che per quanto buia e soffocante era l'unica che conoscevamo.

All'inizio la luce acceca e il vuoto spaventa.

Se non sono più una vittima,

Chi sono?

Ma è proprio in questo spazio nuovo che diventa possibile ricostruire se stessi.

Si tratta di tollerare il disagio dell'ignoto per iniziare a costruire su un terreno più sicuro la propria identità.

È importante il fatto che il perdono non equivale alla riconciliazione.

Non significa fare pace e tornare a frequentare chi ci ha fatto del male,

Né rimettersi in situazioni tossiche analoghe.

Anzi,

Spesso perdonare richiede stabilire confini più netti.

Posso liberarmi dal rancore e al tempo stesso dire,

Con te non voglio più avere nulla a che fare.

Non è durezza,

È chiarezza.

Scelgo di non lasciare che la mia vita sia definita dal rancore.

È un gesto d'amore verso noi stessi.

Con Laura questo tema è stato centrale.

In molte sedute ripeteva,

Non voglio far finta che non sia successo nulla,

Ma non voglio nemmeno continuare a vivere nella rabbia verso mia madre.

Era combattuta tra il timore di negare il proprio dolore e la paura di restarne intrappolata per sempre.

Abbiamo lavorato per aiutarla a distinguere tra la madre come persona e i suoi comportamenti.

Riconoscere che le ferite ci sono state,

Ma senza permettere che quelle ferite definissero ogni aspetto del suo presente.

Con il tempo,

Laura ha compreso che il perdono non era tanto un atto rivolto alla madre quanto un dono a se stessa.

Perdonarsi per gli anni di silenzio,

Per essersi lasciata guidare dal senso di colpa,

Per aver creduto di non avere scelta,

Questo le ha permesso di respirare più leggera.

La storia restava,

Ma non era più la sua gabbia.

Perdonare allora è rinunciare alla vendetta interiore.

È smettere di mantenere vivo ogni giorno il dolore come se fosse successo ieri.

E dire quello che è stato non determinerà più chi sono oggi.

È un atto intimo che libera energie e restituisce futuro.

Non cancella le ferite,

Ma toglie il loro potere di scrivere da sole il resto della nostra storia.

Dopo aver visto come il perdono significhi rinunciare al rancore e liberarsi dalla propria storia di dolore,

Qui proviamo a rendere concreto quel movimento.

Lo facciamo con un doppio sguardo.

Da un lato,

Per chi riconosce in sé tratti vittimistici.

Dall'altro,

Per chi vive accanto a una persona vittimista.

Capita spesso che le due dimensioni si intreccino.

Si può essere vittimisti in relazione a un altro vittimista.

In quel caso,

Le indicazioni di entrambe le sezioni possono tornare utili.

Mi piacerebbe darti tre consigli per ciascun caso.

Se riconosci in te tratti vittimistici,

Puoi… 1.

Dare un nome al copione e interrompere la ruminazione.

Il vittimismo agisce spesso in automatico.

Il pensiero «succede sempre a me» parte da solo.

Nominarlo ad alta voce «ecco,

Sto indossando gli occhiali del vittimismo» crea distanza.

Non basta dirlo una volta,

Ma ogni volta che lo riconosci.

Per spezzare il circolo vizioso,

Aggiungi un gesto concreto.

Chiama un amico non per lamentarti,

Ma per parlare d'altro.

Oppure,

Dedica dieci minuti a un'attività che ti fa sentire vitale.

Anche piccole azioni ripetute creano la sensazione di avere più scelta di quanto sembri.

2.

Passa dalla colpa alla responsabilità.

Qui il punto non è darti la colpa di tutto,

Ma recuperare margine d'azione.

Chiediti «qual è la mia parte in questa situazione?

» «C'è un passo,

Anche minimo,

Che dipende da me?

» La colpa immobilizza,

La responsabilità rimette in movimento.

Se pensi «nessuno mi ascolta mai»,

Puoi trasformarlo in «proverò a spiegarmi in modo diverso» o «a scegliere meglio la persona a cui parlare».

Non tutto dipende da te,

Ma qualcosa sì.

Concentrarti su quel poco è già un atto di libertà.

3.

Allenare lo sguardo al positivo.

La mente vittimista è bravissima a registrare ogni torto,

Molto meno a riconoscere i momenti di sostegno.

Per allenare un altro sguardo,

Ogni sera annota due o tre conferme.

Un messaggio ricevuto,

Un piccolo risultato portato a termine,

Un gesto gentile.

Non serve siano grandi eventi.

La costanza è più importante.

Così come in passato cercavi prove che la vita fosse ingiusta,

Ora puoi abituarti a cercare prove che c'è anche altro.

Appoggio,

Resilienza,

Possibilità.

Cambia il filtro e lentamente cambia la tua percezione della tua vita.

Se vivi accanto a una persona vittimista,

Puoi 1.

Riconoscere la presa in ostaggio emotiva.

Il vittimista usa spesso la leva della paura,

Dell'obbligo,

Del senso di colpa.

Quando senti che queste emozioni scattano,

Non correre subito a reagire.

Fermati e riconosci.

Ditti,

Questo è il gancio,

Non la verità su di me.

Solo distinguendo la dinamica,

Puoi scegliere come rispondere.

A volte,

Anche pochi secondi di respiro fanno la differenza tra dire un sì compulsivo e un no consapevole.

2.

Metti confini chiari distinguendo bisogno da pretesa.

Non tutto ciò che viene chiesto è un bisogno reale.

Un bisogno apre spazio al dialogo.

Una pretesa usa la colpa come arma.

Per gestirlo,

Formula confini brevi e rispettosi.

Capisco che ti senti solo,

Ma stasera non posso.

Possiamo sentirci domani.

Non devi convincere l'altro.

Il confine serve a chiarire la tua posizione,

Non a ottenere approvazione.

Ripetere con coerenza la stessa frase è più efficace di mille spiegazioni.

3.

Proteggi la tua energia.

Vivere accanto a un vittimista è logorante.

Decidi tempi e canali che per te sono sostenibili.

Ad esempio,

Dopo cena non risponda alla mentele al telefono.

Oppure,

Limito le telefonate a 20 minuti.

Evita di promettere sotto pressione.

Prenditi tempo per valutare.

Questo non significa essere egoisti,

Ma prendersi cura anche della relazione.

Un aiuto offerto da stanchi o risentiti alimenta solo il circolo vizioso.

Un confine sereno,

Invece,

Permette di restare presenti senza farsi annullare.

Dopo qualche mese di lavoro insieme,

Laura racconta che un giorno sua madre l'ha chiamata con la solita urgenza.

In passato avrebbe mollato tutto per correre.

Questa volta ha respirato,

Ha riconosciuto il gancio del senso di colpa con la sua tipica stretta allo stomaco,

Ha fatto un respiro profondo per rilassarsi e ha scelto diversamente,

Dicendole «Mamma,

Ti sento in difficoltà e mi dispiace tanto,

Ma ora non posso.

Ti chiamo più tardi e ci vediamo domani».

Sua madre ha reagito con fastidio,

Ma Laura non si è lasciata travolgere.

Ha retto il silenzio e il mondo non è crollato.

Tornando in seduta,

Mi ha detto «Ho scoperto che non devo più farmi governare dalla paura di deluderla.

Posso scegliere io quando esserci.

E se resta delusa da questo,

Amen.

Tanto troverebbe comunque qualcosa per essere delusa.

L'importante è che io sia fiera di me».

Quello che Laura descrive è un doppio passaggio.

Da un lato ha smesso di essere vittima del vittimismo di sua madre.

Non si lascia più risucchiare dal gancio del senso di colpa,

Non corre più ogni volta annullando se stessa.

Dall'altro ha smesso di restare prigioniera del proprio vittimismo interiore,

Quello che la portava a rimuginare,

A giudicarsi,

A sentirsi figlia impotente di una madre prepotente.

Ha scelto di assumersi la responsabilità del proprio benessere,

Di non farsi più definire solo dalla rabbia o dalla paura.

Per anni aveva reagito in automatico,

Convinta di non avere alternative.

Oggi,

Oggi sa che una scelta diversa è possibile.

Non negare il dolore,

Ma non lasciarsi più governare da esso.

In questo sta il fulcro dell'uscita dal vittimismo.

Imparare a non restare né vittime del vittimismo altrui,

Né prigionieri del nostro stesso copione.

È la libertà di dire no senza sentirsi cattivi e di dire sì senza sentirsi obbligati,

Di riconoscere le proprie ferite senza restarne imprigionati.

C'è un detto in inglese che è un po' un gioco di parole.

Hurt people hurt people.

Ovvero,

Le persone ferite feriscono le persone.

Trovo sia molto simile al detto non esistono persone cattive,

Esistono solo persone che soffrono.

Essere feriti è spesso la fonte principale del male che viene inflitto ad altri.

È per questo che è così importante prestare attenzione a come noi scegliamo,

Seppur inconsciamente,

Di gestire questo dolore.

Non è affatto detto che solo perché siamo feriti allora siamo nel giusto.

Anzi,

Questo genere di dolore ci espone al rischio di infliggerne altrettanto se non di più nel momento in cui non lo elaboriamo in maniera sana.

Uscire dal vittimismo,

Proprio come ha fatto Laura,

Vuol dire imparare a distinguere tra bisogno e pretesa,

Tra responsabilità e colpa,

Tra cura autentica e ricatto emotivo.

Vuol dire anche assumersi la responsabilità del proprio benessere,

Che non è mai totale controllo sugli eventi,

Ma libertà di decidere come reagire.

È un processo che richiede tempo,

Pazienza e piccoli passi quotidiani,

Ma che può restituire energia e serenità.

Se hai riconosciuto alcune delle dinamiche che ho descritto,

Forse hai provato la stessa rabbia,

Lo stesso senso di ingiustizia o di impotenza.

L'invito non è quello di giudicarti,

Ma di prenderne atto.

Vedere il meccanismo è già un'opportunità per cambiare il copione.

Da lì si può iniziare a trovare direzioni diverse,

Con frasi semplici,

Con confini chiari,

Con la scelta consapevole di non restare prigionieri del dolore.

In questa vita non possiamo scegliere di non provare dolore,

Ma possiamo scegliere di non fare del dolore la nostra identità.

Non possiamo evitare di essere feriti,

Ma possiamo evitare di farci definire per sempre da quella ferita.

La libertà sta proprio lì,

Nel riconoscere il dolore,

Onorarlo,

Prendercene cura e poi dare a noi stessi il diritto di andare oltre.

Se senti il desiderio di cominciare o continuare un percorso di crescita personale,

Puoi contattarmi attraverso il mio profilo.

A presto!

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Lazzy

September 22, 2025

Sei profondamente efficace grazie

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