
Domanda Sul Non-Sé
Questa è la domanda: Chi è che dice ” ciò non appartiene a me, io non sono così”, chi è il “me”, chi è “io”. Nel testo si riporta: “c’è un corpo ed è privo di un sé”, ma c’è comunque uno spazio pensante, una consapevolezza che fa questa affermazione. QUANDO NON C’È UN SÉ, CHI DICE “IO”? Questa domanda sul non-sé è una delle questioni più profonde e affascinanti nel cammino buddhista. Nel celebre Anattalakkhana Sutta, il Buddha afferma che non c’è un sé identificabile all’interno nelle forme e nella mente. Questo solleva un interrogativo cruciale: se non c’è un sé, chi è che dice “ciò non appartiene a me, io non sono così”? Nell’audio si prova a rispondere a questa domanda.
Trascritto
C'è una domanda molto interessante che fa seguito alla lettura che abbiamo fatto del Sutta sul Non-Se,
La Natalakana Sutta.
C'è un pezzo del Sutta in cui si dice che,
Riferendosi ai cinque aggregati,
Quindi il corpo,
Le sensazioni,
Le percezioni,
Le formazioni mentali e la coscienza sensoriale,
Per ognuna di queste il Buddha dice,
Ne risulta che tutto ciò che è corpo,
Facendo riferimento al corpo passato,
Futuro,
Presente,
Interno,
Esterno,
Grossolano,
Sottile,
Meschino,
Eccellente,
Lontano e vicino,
Tutto ciò che è corpo deve essere considerato secondo la retta conoscenza,
Dicendo,
E questo è il punto critico,
Ciò non appartiene a me,
Io non sono così,
Questo non è il mio Sé.
Ciò non appartiene a me,
Io non sono così,
Questo non è il mio Sé.
E questo lo ripete il Buddha per tutti e cinque gli aggregati.
La domanda è quella di dire,
Ma se ciò non appartiene a me,
Io non sono così,
Allora chi è il me,
Chi è l'io?
E' un problema forse di traduzione,
Se c'è un corpo che è privo di Sé,
C'è comunque uno spazio pensante,
Una consapevolezza che fa questa affermazione.
Il sutta non è del più semplice,
È un sutta che è stato profferito dal Buddha di fronte ai suoi cinque colleghi di vita estrema e spirituale,
Quindi persone con cui hanno condiviso diversi anni,
Ha passato in alcuni casi sei anni,
In alcuni casi qualche anno in meno,
Ma sicuramente sempre molti anni con loro,
E quindi in un qualche modo è un sutta abbastanza cifrato,
Non c'è molta spiegazione.
Il punto critico di questo sutta è quello di non identificarsi con ciò di cui siamo composti,
Sia a livello di forma,
Quindi di rupa,
Sia a livello di mente,
Quindi anche di nama.
E quindi nama-rupa,
Questa macro aggregazione di aspetti di forma,
Aspetti corporali,
Aspetti mentali,
Composta appunto da corpo,
Sensazioni,
Percezioni,
Formazioni mentali e coscienze sensoriali,
È in un qualche modo,
Come dice il Buddha,
Una pila di cose che stanno aggregate per un po',
E poi magari dopo un po' non saranno più così aggregate e andranno quindi ognuna per conto proprio.
E il Buddha però dice,
Sebbene ci sia questa aggregazione,
Quando andiamo a vedere in dettaglio,
Vediamo che nessuno di questi cinque aggregati è tale da essere una base per dire,
Questo sono io,
Questo è mio e questo è il mio se,
Sottinteso permanente,
Quando si parla di anatta,
Di non se,
Ci si riferisce a un se permanente,
A un se stabile.
Il punto interessante è chi è che dice che non c'è un se stabile,
Se io dico io non ho un se permanente,
C'è la parte iniziale in cui dico io.
Questo è un gioco del linguaggio,
Per cui non possiamo dire queste espressioni in italiano senza metterci un soggetto.
Il Buddha usciva un po' da questo trucco e quando parlava non diceva io o non diceva nemmeno il Buddha o altre cose aggregate,
Ma parlava di se stesso riferendosi al Tathagata.
Il Tathagata è un'espressione che vuol dire colui che viene oppure,
O in contemporanea,
A colui che è andato.
E' un modo per sminuire la parte legata al concetto di io,
Se io dico io dico questa cosa,
Io risuonerò anche nella frase,
Se dico il Tathagata dice questo,
È un po' più blando.
Però anche in quel caso uno potrebbe dire c'è comunque un'entità che si chiama Tathagata che dice questa cosa.
Il problema di porre gli insegnamenti di tipo spirituale è che il linguaggio non è particolarmente adatto a rendere quelle che sono le intuizioni profonde che si raggiungono tramite la pratica spirituale.
Anzi,
Lo è molto molto poco.
Con questo tutto in realtà il Buddha sta proprio smontando il linguaggio da un certo punto di vista.
Nel senso che quando noi diciamo io sono Stefano,
Io sono Sirimedo,
Sto facendo un gioco linguistico,
Come diceva Wittgenstein,
In cui sembra che ci sia uno Stefano e sembra che ci sia un Sirimedo.
E' proprio il fatto stesso che io dica io sono Stefano,
Io sono Sirimedo che dà sostanza a questo gioco linguistico e a questa mia identificazione nel nome e nella concettualizzazione che sta intorno al nome.
Quello che il Buddha in un qualche modo va a mettere in crisi è il fatto che questo gioco linguistico sia un gioco linguistico valido,
Cioè che ci sia una sostanza di quando io dico io esisto,
Io non esisto.
Il problema è che per poterlo dire bisognerebbe partire da un punto di vista non basato sull'io e questo non riesce.
Quindi l'espressione che utilizza in cui dice dobbiamo pensare al corpo e tutti gli altri cinque kanda,
Gli altri quattro kanda,
Come se io non sono questo,
Questa cosa non è me e così via,
Non è il mio se.
E' in un qualche modo uno smontare questa cosa alla radice,
Smontandola alla radice quello che rimane è che c'è non tanto una parte senza corpo che dice questa cosa perché qui andremo a finire nel cacciare il senso di sé,
Questa specie di anima che viene riportata.
Hatta può essere anche tradotto con anima,
Forse funziona anche meglio e quindi quello che insegna il Buddha è una sorta di non anima e il Buddha ci tiene a specificare che non insegna l'assenza di anima,
Non insegna né l'esistenza dell'anima né l'assenza dell'anima,
Ma insegna la non anima.
E quindi se noi pensiamo che questa cosa non la sta dicendo un sé corporeo ma c'è qualcos'altro che la dice,
Chiaramente abbiamo cacciato dalla finestra il senso di sé e ce lo siamo ritrovato alla finestra ancora più grande di prima.
Mentre il lavoro è in un qualche modo più alla base perché se andiamo ad esempio a portare l'attenzione sul respiro,
Sembra una cosa così stupida così semplice,
Però lo facciamo con molta cura.
Già dopo un po' vediamo che non c'è qualcuno che respira e c'è un respiro che entra e che esce,
Ma c'è un'interazione fra area,
Corpo,
Vento,
Alberi e tutto quanto il resto che rende veramente difficile separare il corpo con i polmoni dal vento e dall'aria del mondo.
E anche questo diciamo è abbastanza limitato come punto di vista perché assumerebbe una specie di punto di vista per cui c'è tutto quanto un mondo corporeo e quindi ci sarebbe una specie di coscienza del mondo corporeo ma se continuiamo a respirare vediamo che quello è il primo livello ma poi c'è un ulteriore livello che è assolutamente non dicibile.
Non dicibile perché poi si passa da questa correlazione di oggetti corporei a qualcosa che non ha più niente a che fare né col corpo né con la mente e questa se gli diamo un nome rischiamo di nuovo di cacciarla dalla porta,
Ritrovarcela dalla finestra.
Quindi quello che possiamo fare è semplicemente prendere questa espressione del Buddha come un'indicazione del lavoro che va fatto.
Poi il Buddha ci invita a osservare non più come immagine statica questi cinque aggregati,
Non più come fotografia.
Per cui una specie di immagine di backup del computer per cui prendo,
Salvo il computer alla data di oggi e quello lì lo metto da una parte e quello è lo stato del computer ma una cosa del genere già con un computer non funziona perché probabilmente mentre si fa il backup il computer cambia e quindi in realtà il backup cambierebbe in ogni istante che si fa il backup stesso.
E quindi ci sarebbe una progressione infinita di backup perché sto backuppando il disco mentre con lo backup scrivo sul disco e scrivendo sul disco che realmente ho modificato il disco e quindi dovrei tornare indietro e cambiarlo e se torno indietro lo cambio lo cambierò un'altra volta e continuerò con questo gioco all'infinito.
Se andiamo a prendere quelle che consideriamo persone,
Quelle che ci consideriamo persone anche questo chiaramente lo dobbiamo prendere non più come singolo stato dei tantissimi kanda che ci compongono ma come un processo.
Un processo che ha portato i kanda ad aggregarsi che porta questi kanda a cambiare e che porta poi inevitabilmente questi kanda a separarsi.
E quindi già è come se passassimo dall'osservazione della luce come una singola particella all'osservazione della luce come energia,
Come energia vibrante e quindi è come se noi ci vedessimo non più come una collezione di capelli,
Peli,
Denti e così via,
Ossa e tutti quanti le altre parti del corpo,
Ma come se ci vedessimo come appunto una specie di onda che cambia in ogni momento.
Osservandoci come una specie di onda che cambia in ogni momento diventa difficile a quel punto dire quando l'onda comincia e quando l'onda finisce.
Se vediamo una particella di luce che si muove possiamo dire che la particella è nata lì,
Se vediamo un'onda non sappiamo di preciso dove va a finire,
Anche se poi viene assorbita quell'onda poi cambierà e continuerà in una qualche altra forma di energia.
Se ci vediamo come corpo in modo stabile vediamo che siamo nati il giorno dal detali della nostra cultura,
In altre culture siamo nati nel momento in cui l'embrione è uscito dall'unione di uno spermatozoo e di un uovo e quindi la data di nascita viene calcolata lì come ad esempio si fa tradizionalmente in Cina.
Se andiamo a guardare più all'indietro vedremo che c'è tutta questa lunga sequenza di genitori,
Avi e così via per cui non si capisce bene esattamente quando siamo nati.
Queste sono osservazioni che possiamo fare per avvicinarci al processo,
Il processo però che è quello liberatorio non è la comprensione intellettuale di questa cosa ma il fatto che queste espressioni del Buddha servono a smontare il punto di vista per cui siamo stabili,
Per cui non siamo mutevoli e siamo innanzitutto limitati,
Un punto essenziale diciamo di questa osservazione è la nostra limitatezza per cui se io alzo la mano dico io sono io fino a qua,
Qua la mano finisce e non sono più io,
Qua c'è un'altra mano ricomincio io,
Finisce quest'altra mano e non sono più io.
Il Buddha dice siamo finiti?
Siamo infiniti?
Quando gli chiedono se il Buddha è finito o infinito lui risponde di non preoccuparsi perché è una cosa impossibile da osservare con la mente e se uno ci sta troppo a pensare irrazionalmente impazzisce,
Risponde esattamente così.
Quindi evidentemente non è quello il modo giusto di prendere spunto da questa cosa.
Quando il Buddha insegna questi aspetti lo sta facendo chiaramente nel linguaggio e il linguaggio è in qualche modo un linguaggio convenzionale.
Quindi quando nel sutta troviamo questa espressione,
Questa espressione che sembra così legata anche a sua volta lo sta facendo dal punto di vista convenzionale.
Per cui quando dobbiamo dire rispetto al corpo e agli altri kanda,
Ciò non appartiene a me,
Il corpo non appartiene a me,
Io non sono così,
Questo non è il mio se,
È chiaro che stiamo utilizzando me,
Io e così via.
Ma in realtà appunto appena avendo detto che non c'è un io nel corpo,
Nelle sensazioni,
Nei pensieri e così via,
A maggior ragione quell'io non vale più.
Quindi questa espressione è detta nel linguaggio convenzionale per puntare a un linguaggio assoluto,
Assoluto a quel punto lì non è più modificabile perché è il linguaggio della verità,
Della verità assoluta.
Quando si raggiunge un primo livello di illuminazione,
Che è quello dell'entrata nella corrente,
È proprio là che si va a basarsi.
L'entrata nella corrente avviene quando noi riusciamo a vivere più che a capire,
A essere completamente affogati dal fatto che non ci sia nulla che appartiene a me,
Non ci sia nulla per cui io sia così e non ci sia nulla che sia il mio se.
Capire dal di dentro questa cosa vuol dire entrare nella corrente e quindi avere un primo livello di illuminazione che ci dà spazio poi per costruire,
Togliendo i vari impedimenti,
Arrivare a raggiungere possibilmente gli altri livelli di illuminazione oppure come si dice tradizionalmente,
Entro sette vite si raggiungerà comunque l'illuminazione.
E' un processo di non ritorno per quello che si entra nella corrente.
Quindi una comprensione completa di queste poche frasi che ci ha detto il Buddha è essenziale per la liberazione e questo è uno dei punti più forti.
C'è un aspetto in cui si parla di queste cose,
In cui si dice la stessa cosa però passando al di fuori del Dio,
In cui si dice che tutto è vuoto.
Queste stesse cose che il Buddha ha detto in quel suttale si può dire in qualche modo dicendo che tutto è vuoto.
Non c'è nulla che sia permeato da un sé,
Non c'è nessun sé,
Non c'è niente che sia definibile in modo separato dagli altri e quindi rimane che tutto è vuoto,
È tutto vuoto dall'esistenza di un sé.
E' questo il modo meno convenzionale di dire questa cosa.
Ma evidentemente il Buddha ha scelto questo linguaggio intermedio per farsi capire meglio.
Successivamente ha dato gli insegnamenti sul vuoto,
Su quello che in Pali si chiama sunyata e in Saskia si chiama shunyata e che potremmo dire che è forse l'insegnamento più importante del Buddha.
Se volessimo sintetizzare tutti gli insegnamenti del Buddha,
L'insegnamento del vuoto è sicuramente quello più decisivo.
Jambuddha Tasa,
Che è questo monaco talandese molto famoso,
È molto decisivo anche nel criticare alcuni aspetti un po' irrigiditi dell'interpretazione del buddismo.
Dice che tutto quello che facciamo serve solo a questo,
Ad arrivare alla comprensione del vuoto.
Nella comprensione del vuoto non si usa più io,
Mio e sé.
Scompare qualsiasi io,
Mio e sé si parte proprio da un principio che non c'è proprio da nessuna parte,
Un io,
Un mio,
Un sé.
E quindi quando noi diciamo questa cosa stiamo giocando su due livelli.
Stiamo giocando su un livello in cui diciamo io so che questo non sono io e stiamo giocando su un altro livello in cui semplicemente ridiamo.
Uno dice questa cosa e ride,
Anche perché si sente da solo e dice io non sono io.
La razza di gradino,
Ma chi sei allora,
Non la dite a meno questa cosa.
Quindi alla fine spesso e volentieri questo tipo di intuizioni finiscono con una bella risata in cui ci si rende conto dello sforzo che abbiamo fatto per mantenere questa parvenza d'illusione di un io separato.
Dal punto di vista pratico possiamo riconoscere la non esistenza di questo io,
Di questa separazione eccetera in tanti momenti durante la giornata che non sono soltanto quelli spirituali più tecnici diciamo,
Ma sono anche momenti più semplici.
Se stiamo con un bambino e vediamo che il bambino sta per cascare di sotto dalle scale,
Noi ci spostiamo,
Riprendiamo quel bambino con tutta la nostra energia senza aver pensato assolutamente niente e ci rendiamo conto che in quel momento non c'è nessuna separatezza fra noi e il bambino.
Non abbiamo pensato ci sono io che sono io e il bambino che è il bambino.
Abbiamo visto il bambino e noi il bambino eravamo esattamente la stessa cosa,
La caduta del bambino sarebbe stata la nostra stessa caduta.
Quando siamo in macchina e un gatto o un cane ci attraversa la strada e noi sterziamo e ci mettiamo al rischio di cascare in un dirupo,
Prendere un albero,
Andare a sbattere un camion e lo facciamo senza averci pensato un istante è perché in quel momento non c'era nessuna separatezza fra noi e il gatto che ci ha attraversato la strada.
Quando ci rilassiamo un momento,
Ci prendiamo un tè e ci mettiamo a guardare un fiore magari,
A guardare un bel fiore e spengiamo un po' i motori che tengono in piedi tutta questa struttura e entriamo in uno stato di calma in cui probabilmente anche solo per un istante non c'è una vera differenza fra noi,
Il tè e il fiore.
Il gioco del Buddha è che avendoci detto che non c'è un io e quindi non c'è una persona separata dal gatto,
Una persona separata dal fiore,
In un qualche modo abbiamo sintonizzato la nostra mente e il nostro cuore su questa cosa.
Quando noi prendiamo i rifugi,
I rifugi nel Buddha,
Nel suo insegnamento e nel Sangha,
Il Sangha in questo caso è il Sangha dei quattro livelli degli Illuminati che ha raggiunto il livello di entrata nella corrente e quindi entro sette vite si eliminerà perché ha raggiunto comunque il livello di comprensione di Anatta,
Di questo non sé.
E di chiaramente contemporaneamente ha raggiunto il livello di Aniccia,
Quello di capire che tutte le cose che nascono sono destinate a scomparire,
A cambiare continuamente.
Anatta e Aniccia sono intrinsecamente collegate,
Anatta è l'assenza di un sé stabile e Aniccia è l'assenza di qualcosa che rimanga stabile a prescindere di questa mutazione continua.
Questo è il primo livello dell'entrata nella corrente,
Poi il secondo livello dell'illuminazione è quello dei cosiddetti coloro che torneranno una volta soltanto e quindi dopo la morte rinasceranno un'altra volta come persone,
Inevitabilmente come persone,
Questo già vale per l'entrata nella corrente che si rinascerà sempre come persone,
Non più,
O al massimo come Deva superiori,
Ma non più ai stati più bassi.
Nella prossima vita si raggiungerà l'illuminazione,
Poi c'è un terzo livello che è quello di coloro che non ritornano,
Che alla morte entreranno in una delle terre pure del Buddha e da quelle terre pure del Buddha raggiungeranno direttamente l'illuminazione senza però rinascere in nessuna forma.
E poi c'è l'ultimo livello che è quello dell'Arahant,
Del completamente illuminato,
Che si raggiunge durante la vita o durante una di queste condizioni nelle terre pure e questo è il quadruplice Sangha.
Per entrare su queste cose bisogna lasciare un pochino perdere il linguaggio ma usare il linguaggio come messa a fuoco della macchina fotografica,
La macchina fotografica è la nostra mente con insegnamenti del Buddha che sembrano a volte un po' contraddittori perché si dice io non sono io e sembra molto contraddittorio,
Stiamo però mettendo a fuoco la macchina e a un certo punto,
Mentre che stiamo lì,
Riusciremo a trovare qualcosa che ci mette a fuoco completamente in modo stabile.
All'inizio sarà una messa a fuoco per cui uno gira un po' a destra,
A un certo punto si vede che sarà messa a fuoco ma siamo andati troppo a destra,
Poi torniamo a sinistra e per un attimo siamo messi a fuoco ma continueremo a fare avanti e indietro,
Avanti e indietro come si fa normalmente con la macchina fotografica,
Finché non riusciamo a mettere a fuoco e a quel punto non tocchiamo più la ghiera della messa a fuoco perché ormai non serve più,
Abbiamo raggiunto quello che volevamo.
Quindi quando sentiamo gli insegnamenti del Buddha cerchiamo di non perderci troppo con il linguaggio che usa,
Ma ragionare sempre che il Buddha mischia linguaggio convenzionale,
Quello in cui noi esistiamo,
C'è un Buddha separato da Kondagna che era uno dei monaci che lo ascoltava e così via,
Questo è l'aspetto convenzionale,
Poi c'è un aspetto invece assoluto in cui non c'è né Buddha né Kondagna né illuminazione né percorso e così via.
Qui un Sutra essenziale,
Assolutamente essenziale è il Sutra perché è in Sanskrito quindi diciamo tradizionalmente considerato in Mariana come il Sutra del Cuore che forse è quello più esplicito in quest'altro linguaggio in cui nel Sutra del Cuore si dice che non esiste praticamente niente di tutto quello che intendiamo normalmente,
Compresa anche l'illuminazione,
Compresa anche tutto quanto l'ottuplice sentiero,
Compreso il paticcio Samuppada,
Non esiste niente,
Esiste soltanto il vuoto e quello è l'obiettivo,
L'obiettivo da raggiungere,
Tant'è che il Buddha dice che non c'è bene,
Non c'è male andare al di là di questo e di quell'altro e con questo forse ho risposto alla domanda.
Incontra il tuo insegnante
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